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Alabastron
Nome: Una forma ritrovata Corpo in gres a grana fina; modellato a tornio e colombino. Privo di ingobbio. Smalto Dry Yellow Ochre di J. Jelfs. Cottura in forno a gas. Cono 10 in riduzione Supporto in ferro forgiato da Martino Stenico
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Bottiglia
Nome: La mappa degli eventi Corpo in gres a grana media modellato al tornio Ingobbio: caolino/ball clay 50/50 + Ossido Ferro Rosso 8% Smalto Dry Yellow Ochre di John Jelfs (tutto il carb. Ca sostituito da cenere di legna lavata) Cottura: in forno a legna - Cono 10 - Riduzione Ampio, irregolare, aperto. Impasto refrattario a grana media/grossolana.; colore nocciola. Foggiatura veloce, senza ripensamenti, senza ritocchi sulle crepe che si aprono lungo il perimetro. Tre strati di smalto nuka dato a getto che rivelano le successive sovrapposizioni. Un primo passo nella ricerca di un equilibrio soddisfacente tra forma, colore e tessitura superficiale. Devo dire che le forme mi piacciono e rispondono agli obiettivi del progetto. Anche la tessitura superficiale mi pare che vada bene. Sui colori non so. Rispondono al requisito di "vulcanico" che l'oggetto cratere richiede ma non sono del tutto convinto. Quindi il prossimo tentativo dovrà essere rivolto proprio a questo aspetto. Vedremo ... Entrambe le ciotole hanno un rivestimento a base di roccia vulcanica. in fondo sempre di crateri parliamo. Intanto qui abbiamo la Parabola di Nanni Valentini rivisitata. Avevo bisogno di una forma semplice, adatta a evidenziare la figura (il disegno) lasciando alla materia una funzione di mero supporto alla figura stessa. La Parabola di Valentini mi è sembrata particolarmente adatta allo scopo. Corpo in gres a grana fine con aggiunta un po' di refrattaria a grana media per dare struttura. ingobbio: non presente. Rivestimento: un velo di irabo su tutta la superficie, interna ed esterna, composto da due parti di trachite del Cimino e una di cenere di legna. All'interno uno smalto saturo di ferro. Unghiata di tufo sul bordo. La seconda ciotola, il mio Cratere, ribalta l'ordine delle priorità rispetto alla Parabola ed esalta la materia rispetto al disegno. Si tratta di una forma che ho già realizzato e comincio a sentirla mia.
Corpo: gres refrattario a grana media ricco di ferro. Ingobbio: hakeme (pennellate a spirale dentro e fuori. Rivestimento: un velo di irabo su tutta la superficie, interna ed esterna, composto da due parti di trachite del Cimino e una di cenere di legna. Solo all'interno una passata di smalto sempre a base di trachite del Cimino (qui c'è anche quarzo). Ditate di Dry Yellow Ochre. A quanto pare la ceramica mareroncina non piace.
Ho portato questa ciotola all'ultimo mercato nel quale ho esposto le mie cose. Naturalmente non è stata degnata di uno sguardo eppure ne è passata gente, molti si sono fermati nel mio stand e si sono lasciati attrarre dai pezzi con smalti bianchi come glassa (nuka); quasi tutti hanno apprezzato gli ineffabili azzurri (Jun); anche i butterati bianchi e rosso ruggine (shino) e gli aridi asciutti e ruvidi (arabo) hanno avuto attenzione. Diverse ciotole e vari vasetti sono stati acquistati ma lei non è stata degnata nemmeno di un'occhiata; nessuno l'ha presa e rigirata tra le mani e questo perché a uno sguardo superficiale appare marroncina, credo. Catalogato tra i marroncini, un pezzo di ceramica è praticamente spacciato, soprattutto dal punto di vista commerciale. Però lo smalto sottile, tipo shino, che riveste la questa ciotola, osservato con un minimo di attenzione rivela una gamma di colori più ricca di quanto ci si aspetti a prima vista. Insomma, al solito, le apparenze ingannano. BoccaneraQuasi uno shino classico; tre quarti di feldspati e felspatoidi e un quarto di argille. In più c'è l'aggiunta di carbonato di sodio; e quest'ultimo è il responsabile dell'orlo nero che borda la bocca della ciotola. Il carbon trap, un effetto tipico degli shino di scuola statunitense. L'effetto è limitato e complessivamente lo smalto non rientra a pieno titolo nella categoria degli shino detti, appunto, carbon trap. Il carbon trap (trappola del carbonio) si produce per la presenza del carbonato di sodio che anticipa la fusione dello smalto rispetto a quanto non avvenga normalmente alle alte temperature. Lo smalto inizia a+'098fondere già durante il picco della fase di riduzione, che inizia intorno ai 970°C e prosegue fino a oltre i 1000°C per poi iniziare a decrescere all'aumentare della temperatura. Poiché durante la fase di forte riduzione si producono fumi all'interno del forno, fumi che contengono carbonio, questi vengono catturati dalla massa fondente dello smalto dove restano intrappolati conferendo la colorazione grigio/nerastra. La spiegazione è estremamente semplicistica ma spero che il concetto sia chiaro. Gli smalti definiti a carbon trap contengono quantità elevate di carbonato di sodio, normalmente non presentano le smagliature degli shino tradizionali (crawling) ma sono lisci e lucidi e presentano macchie più o meno estese che virano sui toni del grigio e del nero. Sono stati sviluppati negli Stati Uniti negli anni '60. Qui, invece, ho riprodotto uno shino tradizionale con i suoi "difetti" tipici: - le smagliature (in inglese crawling) e le puntinature (pineholing); - i salti di colore dal bianco al ruggine al rosso, sono funzione dello spessore dello smalto. Il rosso è dato dalla cristallizzazione dell'ossido di ferro presente sul corpo del pezzo (e non nello smalto). Gli originali giapponesi, e comunque gli shino che sono sottoposti a cotture estremamente lunghe, fanno emergere la colorazione rossa anche in punti dove lo smalto è piuttosto spesso. MacchiaQuesta ciotola presenta una delle formulazioni più semplici dello smalto shino, composta solo da nefelina e ball clay.
Valgono anche qui le stesse considerazioni sui difetti tipici dello smalto shino e quelle sui colori di cui ho parlato prima. In questa versione dello shino non c'è carbonato di sodio, quindi niente chiazze grigio/nere. In più su questa chawan, ho aggiunto uno schizzo di ossido di ferro. Un celadon del Monte CiminoSmalto di cenere di legna di pino (lavata); roccia del Cimino (probabilmente una trachite); quarzo.
Il colore, tenue, è quello del celadon. Un tenero celadon che ricava l'ossido di ferro (agente colorante) sia dalla roccia che dalla cenere (la legna di pino è tra quelle che contengono più ossido di ferro). Le colature sono quelle tipiche degli smalti di cenere. Il quarzo, un 20% circa, l'ho aggiunto semplicemente per mancanza di coraggio. Lo dico perché adesso sto cercando di ricordare, senza riuscirci, il motivo che mi ha impedito di utilizzare una semplice formula 50/50 roccia-cenere; allora devo pensare che avessi bisogno di inserire il materiale nuovo (la trachite) tra almeno due materiali conosciuti (cenere e quarzo). Questa scelta, in qualche modo, deve avermi rassicurato. Naturalmente tutto ciò accade per la pigrizia; altrimenti avrei preparato i provini per una linear blend (una serie di miscele variabili tra due materiali) e, successivamente, per testare una composizione a tre materiali. Insomma quello che si deve fare in caso di sperimentazione di un muovo materiale. Ok, allora farò così. Intanto, per essere chiari, trovo questa ciotola bellissima. Due pezzi simili. Ne avevo già fatto uno di questo genere tempo fa ma un giorno, esposto ad un mercato, lo hanno fatto cadere; ci sono rimasto male e ho voluto rifarlo. Già che c'ero l'ho riprodotto in due versioni. Le due ciotole rappresentano una delle più sincere espressioni del mio modo di fare ceramica. Ciotola ALa prima è più o meno una replica dell'originale, per quanto sia possibile riprodurre a memoria un oggetto volutamente irregolare. Si tratta di una grossa ciotola bruno-nerastra, ruvida e slabbrata, decorata all'interno da una pennellata di ingobbio bianco che, all'esterno, produce solo colature. All'interno ci sono anche macchie giallastre. Lo smalto, sottilissimo, impercettibile, è quello che chiamo "corano" ed è composto semplicemente da cenere di legna, feldspato e quarzo. Ciotola BNella seconda versione ho sostituito l'ingobbio tradizionale con porcellana. Si tratta di una modalità nuova, per me, che ho utilizzato anche in un vaso della stessa infornata (vedi foto del 27 agosto 2020 sulla pagina Instagram di Cono9 "amarvicio"). Qui lo smalto è uno Jun dato sempre piuttosto sottile, non sottilissimo, ma abbastanza per restare trasparente e non riuscire a sviluppare il suo tipico colore azzurro, ad eccezione di un pallido alone dove un po' meno sottile (temo che in foto questo effetto cromatico non appaia).
Il ritiro in cottura della porcellana, decisamente maggiore rispetto a quello dell'argilla del corpo, produce una marcata screpolatura. Quasi una pelle squamosa. Devo premettere che sono un po' stanco del "Forno di maggio". Ora racconto l'ultimo capitolo, le cose che mi sembrano interessanti da lasciare agli atti, poi inizierò a parlare di quello che verrà; su cui sto già lavorando. Ci vuole pazienza in questo lavoro. Il progettoCon questo post chiudo il ciclo dedicato allo smalto Irabo e alle sue varianti. Quelle di oggi sono interessanti perché da un lato apportano modifiche su una delle due componenti di base: l’argilla e dall’altro introducono un terzo elemento, in quantità modeste, tali da non snaturare l’essenza dello smalto di partenza ma in grado di aggiungere un particolare umore, come un cambio di luce. Come sempre, niente di nuovo. Anche le due formulazioni che propongo qui sono un semplice adattamento ai miei materiali e ai miei metodi di cottura dei lavori di altri ceramisti. L’inizio del percorso, insomma, poi vediamo dove mi porteranno queste varianti. Tanto per la cronaca, i ceramisti a cui faccio riferimento sono Carlos Versluys e Anne Franchetti. Al solito, è interessante notare come partendo da formulazioni analoghe si arrivi spesso a risultati radicalmente diversi modificando materiali e cottura, ma questo ormai lo sappiamo e ce lo aspettiamo. Quello che è utile, allora, è individuare, nel risultato ottenuto, le potenzialità di sviluppo. Insomma, non mi voglio soffermare sulle cause che determinano le differenze dall'originale e sforzarmi di raggiungere i risultati già raggiunti da altri, piuttosto voglio andare subito a cercare di capire se il mio modo e miei materiali, combinati a una certa formulazione di smalto, possano dare vita a qualcosa di interessante. Naturalmente il primo passo è un’applicazione più o meno pedissequa della formulazione data. Il passo successivo sarà, poi, lo sviluppo delle potenzialità che eventualmente dovessero emergere in prima battuta. Qui siamo al primo passo. I due esperimenti proposti prevedono l'uso della terra gialla di Tolfa al posto della terracotta come componente argilloso dello smalto. Ricordo che si tratta di un materiale piuttosto refrattario, quindi è utile aggiungere un terzo elemento, in quantità minore, che favorisca la fusione dello smalto. Nel primo caso l'elemento fondente è proprio la terracotta, che così rientra nella formulazione dello smalto in qualità di attore non protagonista. Nel secondo caso utilizzo il feldspato. Arido mistoSmalto “Arido misto”, una combinazione 50/50 di “Arido 1a” e “Arido 1b”: Arido 1 Cenere di olmo lavata 40 Argilla gialla di Tolfa 40 Terracotta 15 Composto nelle varianti “1a” che contiene 2% di Ossido di Titanio e “1b” con il 5% di Rutilo. In effetti, tenendo conto che il Rutilo è sostanzialmente ossido di Titanio, credo che di poter sintetizzare la formula mediando le percentuali di Titanio in forma di Ossido con il Rutilo. Al di là delle macchie di colore (altri smalti), è comunque uno smalto sporco, disomogeneo, grezzo. Forse va dato con spessori maggiori; probabilmente deve essere amalgamato meglio utilizzando materie prime più raffinate. Oppure va bene così sopratutto se utilizzato come complemento di altri rivestimenti. Nel lavoro che sto preparando, per esempio, che riguarderà i vulcani, chiazze e aloni giallastri possono tornare utili... Arido 2 |
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