Fai quello che puoi, con quello che hai, dove sei.
Theodore Roosevelt
Tra gli smalti che ho elaborato negli anni ce n’è uno che chiamo TKTG, è uno smalto terroso. 
È opaco, qualche volta arido; al tatto sembra pietra. 
Il colore va dal rosso-bruno fino quasi al nero, aggiungendo ossido di ferro. 
È uno smalto amico, di lui mi posso fidare; in cottura non crea problemi se la temperatura è un po’ più bassa o un po’ più alta di quella ottimale; matura bene e non cola, nemmeno se investito dalla fiamma viva, ed è ottimo al servizio di altri smalti, come tinta di fondo per sovrapposizioni, colature, inserti.
Il nome TKTG è una sigla che sta per Tenmoku di Karatsu con Tolfa Gialla. Un nome con tanta geografia e un po’ di storia.
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Mandarino: tiān; Giapponese: ten moku
IngleseHeaven's Eye

Tenmoku è il termine in lingua giapponese che indica una produzione ceramica originaria della Cina meridionale. Prende il nome dal tempio di Tianmu Mountain, in Cina, dove venivano utilizzate ciotole per il tè rivestite da uno smalto molto scuro, tendente al nero, ovviamente ricco di ossido di ferro. 
In Cina questa produzione si è sviluppata in epoca Song (1127–1279) col nome Jian Zhan che significa "tazza di Jian (tè)". 
Secondo alcune fonti ciotole Jian Zhan sarebbero arrivate in Giappone grazie ai doni dell'imperatore cinese allo Shogun giapponese agli inizi del secolo XV. Altre ciotole di questo tipo furono riportate in patria da monaci giapponesi di rientro da un viaggio in Cina, in visita ad alcuni monasteri. 
Karatsu, una località giapponese situata nella più meridionale delle grandi isole: il Kiushyu, c’è una lunga tradizione ceramica segnata da un legame particolare con la vicina Corea.
​Gli smalti di Karatsu sono fondamentalmente di diretta derivazione coreana.

​Ho ripreso la formulazione del mio TKTG dal testo della storica dell’arte statunitense Johanna Becker: Karatsu Ware – A tradition of diversity
Tra gli smalti prodotti a Karatsu dal secolo XV, ce n’è uno ricco di ossido di ferro dai colori tra il marrone e il nero che rientra nella categoria dei tenmoku. Secondo la Becker questo smalto scuro non è altro che uno degli smalti chiari al quale è aggiunto di ossido di ferro.


Comunque lo smalto nero sia arrivato in Giappone dalla Cina, quello che è arrivato tra le mani dei ceramisti giapponesi è semplicemente uno smalto nero; e basta. Senza istruzioni, senza manuali e formule. Praticamente un’idea, niente di più. Un’idea partita dalla Cina meridionale nel secolo XII e arrivata in Giappone tre secoli dopo in una cassa o tra le mani di un monaco o attraverso un lungo percorso da un centro ceramico all'altro passando da quel ponte naturale tra i due paesi che è la Corea.
In ogni caso ha indotto i ceramisti giapponesi a riflettere sui materiali da utilizzare, tra quelli disponibili, e sul processo produttivo, tra quelli a loro noti, per riprodurre quel colore e quella particolare consistenza.
Molte conoscenze in campo ceramico - e non solo direi - hanno viaggiato nello spazio e nel tempo trasformate dalla capacità dei ceramisti incontrati lungo il percorso, dai materiali e dalle tecnologie disponibili nei vari centri ceramici, dal gusto del tempo e del luogo.
​A titolo di esempio, secondo la Becker gli smalti di Karatsu contenevano cenere di legna, come componente fondente, oltre ad argilla locale – la stessa con cui si foggiavano i pezzi – roccia feldspatica ed eventualmente ossido di ferro per i colori scuri. Nella Cina meridionale del secolo XII, molto probabilmente il fondente era costituito da roccia calcarea. Anche qui gli altri componenti erano, ovviamente, rocce e argille locali.
Oggi la chimica ci dice che rocce calcaree e cenere di legna contengono carbonato di calcio, un fondente alle temperature di cottura di grès e porcellana. All'epoca lo sapevano per esperienza.
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Tolfa è una località a nord di Roma caratterizzata da una storia geologica molto più antica e complessivamente diversa da quella degli altri distretti vulcanici circostanti. La differenza principale è nella tipologia di prodotti piroclastici. Rispetto ai vulcani più noti – il Vulsino (lago di Bolsena); il Cimino-Vicano (lago di Vico); il Sabatino (lago di Bracciano) e il Vulcano Laziale (lago di Albano) – caratterizzati dalla produzione di pozzolane e tufi, i materiali del vulcanesimo di Tolfa sono di natura acida che, trasformati da processi idrotermali, hanno prodotto caoliniti. 
La parola “caolino” deriva dal cinese Gaoling - o Kau-Ling a seconda delle trascrizioni dal mandarino -  e significa “alte colline”, con riferimento alla regione presso Jingdezhen, nella provincia cinese di Jiangxi.




Sul sito istituzionale del Comune di Tolfa leggo:
"La complessità geologica dei Monti della Tolfa emerge quando si osservano i domi lavici, tipica espressione del vulcanismo acido che, in molti casi, assumono particolare spicco morfologico nel contesto circo­stante. Questi rilievi, con versanti acclivi e cime generalmente arrotondate, danno vita ad un paesaggio aspro ed impervio…" ​ alte colline, appunto.
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Nei dintorni di Tolfa ho cavato vari materiali differenti tra loro. Sono tutti piuttosto refrattari, con un certo contenuto di caolino - quando non sono caolini puri. Tra questi c'è un'argilla molto consistente, sembra roccia, che una volta macinata e filtrata produce una polvere gialla. Altri sono terrosi a grana fine di colore bruno altri ancora bianchi e sabbiosi ma anche se non tutti hanno lo stesso colore, nel nome dello smalto è rimasta la G di gialla. 
Naturalmente lo smalto risente del tipo di argilla o roccia di Tolfa utilizzata ma le leggere differenze nella consistenza e nella struttura che risultano nel prodotto finale non spostano in maniera sostanziale l'aspetto complessivo. Sono tutti a pieno titolo dei TKTG. 
Il colore, invece, non fa testo perché è condizionato fortemente dalla quantità di ossido di ferro introdotto nella formula dello smalto.
​Volendo si potrebbe usare anche un caolino puro ma sicuramente si perderebbe quella unicità ... quel "sapore" che solo le argille naturali e la cenere di legna possono conferire ad uno smalto.
La ricostruzione dello smalto scuro di Karatsu proposta dalla Backer (vedi post del 1 febbraio 2015) parte da due smalti chiari:
il lattiginoso Choseki e lo screziato Madara (o Namako), ai quali è aggiunto ossido di ferro tra il 5 e il 15%.
Io ho scelto il Choseki; ho usato argille di Tolfa; ho ridotto la quantità di feldspato e la formulazione finale è più o meno questa:
Feldspato K                 30
Tolfa                              30
Cenere di legna          30
Ossido di ferro              6 – 10%    


La quantità di ossido di ferro produce colori dal rosso bruno al marrone scuro, quasi nero.
La riduzione della quantità feldspato abbassa la percentuale di silicio, d’altro canto le argille di Tolfa sono molto refrattarie, il risultato è uno smalto dall’aspetto litoide, privo della qualità vetrosa tipica di molti smalti.    
In conclusione, seppure le conoscenze nel campo della geologia e della chimica e gli studi sulla ceramica antica ci danno, oggi, la possibilità di sapere come erano realizzati gli oggetti di epoche passate, resta la necessità di captare un’idea per trasformarla, interpretandola secondo il proprio gusto, nel proprio tempo e in funzione di ciò che abbiamo a disposizione.