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Published on
February 11, 2015

Ingobbi 6

Superfici Tecniche
Come dicevo all’inizio di questa serie di post sugli ingobbi,
per determinare il rivestimento non smaltante più adatto ad una specifica argilla
per prima cosa bisogna conoscere il suo scopo:
l’effetto finale che si vuole raggiungere,
ad esempio un certo colore o una particolare grana della tessitura superficiale
ma è anche necessario conoscere le modalità di applicazione dell’ingobbio e la sua compatibilità con l’argilla sottostante (e pure con lo smalto, se c’è) sia in fase di lavorazione, sia in cottura e poi, ancora, durante la vita dell’oggetto;
tutto ciò è regolato da una serie di fattori che possono essere modificati intervenendo sulla composizione dell’ingobbio,

è chiaro che se si usa una slip, un’argilla pura liquefatta, non c’è altra scelta che individuarne una che abbia la composizione compatibile all’argilla da rivestire
il che si traduce normalmente con l’utilizzo dello stesso materiale;
se, invece, l’obiettivo è la realizzazione di un impasto che funzioni da ingobbio, allora la scelta dei componenti e il relativo dosaggio determineranno i fattori fisici che caratterizzano il singolo ingobbio, influenzando le modalità di applicazione, l’interazione con l’argilla da rivestire, la risposta in cottura e l’aspetto finale. 
I parametri di cui parliamo non sono facilmente quantificabili;
a differenza degli smalti, per i quali esistono metodi di calcolo, tanto più accurati quanto maggiore è la conoscenza della composizione chimica dei componenti, che ne consentono la costruzione a tavolino con caratteristiche note e ben definite,
per gli ingobbi si deve procedere sperimentalmente:
di solito si parte dall’individuazione di una ricetta semplice, che abbia i requisiti idonei almeno sul piano qualitativo, con cui si iniziano i test;
normalmente si parte con la verifica delle proprietà fisiche, poi si verifica la compatibilità con gli altri elementi (argille da rivestire e smalti) nelle varie fasi del processo, quindi, se necessario, si torna indietro per sintonizzare nuovamente le proprietà fisiche, procedendo così per successive approssimazioni,
evidentemente la chiave per rendere il processo meno laborioso sta nella scelta iniziale:
individuare qualitativamente i requisiti idonei è la parte essenziale del lavoro.
Quindi su cosa ci si deve soffermare?
In primo luogo e soprattutto, come dicevo la volta scorsa, sul ritiro;
ma non solo,
si devono considerare altri fattori:
  • la fluidità, il contenuto d’acqua, la viscosità, la capacità di gelificazione e la velocità di essicamento: fattori influiscono sulla scelta delle modalità di applicazione e che sono in qualche misura modificabili intervenendo sui componenti (vedi post Ingobbi 4);
  • il grado di maturazione o di vetrificazione che deve essere adeguato alle caratteristiche richieste per la superficie del pezzo ed è regolato dalla componente fondente. Mentre gli slip-glazes (che sarebbero gli smalti matt) fondono come gli smalti normali, i rivestimenti non-smaltanti di solito hanno un contenuto più basso di fondente e sviluppano, pertanto, superfici con caratteristiche che sono una via di mezzo tra l’argilla nuda e lo smalto. Un ingobbio più vetroso dell’argilla sottostante aderisce meglio ad essa; il limite di questo ragionamento risiede nel fatto che per rendere l’ingobbio più vetroso si deve aggiungere fondente e troppo fondente avvicina l’ingobbio ad uno smalto modificando in maniera sostanziale le sue caratteristiche (vedi punto successivo) e le interazioni con lo smalto eventualmente applicato sopra;
  • gli ingobbi sono più opachi e più coprenti degli smalti (anche con spessori modesti), quindi possono rivestire un’argilla modificandone colore e caratteristiche superficiali: sono, quindi, in grado di rendere lisce superfici altrimenti rugose o grezze; di coprire un colore non voluto o macchie e imperfezioni (es. da ossidi di ferro); di sigillare superfici porose; di sbiancare superfici per dare lucentezza agli smalti sovrastanti; viceversa, non è in grado di prevenire il deposito di sali solubili (provenienti dall’argilla sottostante) sulla sua superficie, una volta che è evaporata l’acqua che li conteneva;
  • i rivestimenti non smaltanti di solito sono permeabili;
  • gli ingobbi presentano caratteristiche proprie dopo la cottura: possono essere lisci, serici, lucidi, aridi, puntinati, ecc. queste caratteristiche si possono controllare mediante il grado di fusione, la composizione e i metodi di applicazione;
  • il coefficiente di espansione termica: affinché l’interazione argilla/rivestimento funzioni anche dopo la cottura è necessario che i due elementi abbiano lo stesso coefficiente di espansione termica. Ciò significa che quando l’oggetto subisce repentini sbalzi termici, durante l’uso, le piccole contrazioni o dilatazioni di argilla e rivestimento che ne conseguono devono essere simili. Il rivestimento è un’entità più o meno integrata al pezzo su cui è applicato ed ha un proprio coefficiente di espansione termica indipendente da quello del pezzo stesso. Se non è garantita la giusta compatibilità tra rivestimento ed argilla sottostante sarà sufficiente un brusco sbalzo termico per provocare la rottura dei legami tra le due parti con sfaldamento dell’ingobbio. La situazione si complica quando sul pezzo viene applicato anche lo smalto e l’espansione termica dell’ingobbio deve essere compatibile sia con l’argilla del pezzo sottostante che con lo smalto sovrastante. Di solito è bene partire assicurando la compatibilità dello smalto con l’argilla del pezzo. Si va poi ad adattare lo strato di ingobbio assumendo come dato l’abbinamento smalto/argilla. Su questo noi abbiamo un’esperienza piuttosto limitata, di fatto non ci è mai capitato di veder saltare il rivestimento di un pezzo finito, durante l’uso, a causa di sbalzi termici (e quindi per effetto dell’espansione termica. Probabilmente il fatto che lavoriamo preferibilmente con ingobbi vetrosi, sottili e cotti a temperature tali da garantire la parziale fusione di argilla e rivestimento Comunque, se si vuole procedere ad una verifica di compatibilità argilla/ingobbio/smalto bisogna prima testare l’aderenza dello smalto al pezzo (mediante cicli di immersioni in acqua bollente e acqua ghiacciata per rilevare la formazione di cavilli o scheggiature oppure comparando la robustezza di barrette smaltate con quella delle barrette non smaltate). Una volta individuato lo smalto idoneo, si passa a verificare l’adesione ingobbio/pezzo per assicurarsi un buon legame sul prodotto cotto. Infine, si procedere alla verifica di compatibilità smalto/ingobbio come si è visto per smalto/argilla.
Published on
February 6, 2015

Ingobbi 5

Superfici Tecniche
La compatibilità tra l'argilla con cui è realizzato il pezzo e l'ingobbio che la riveste è, in larga parte, condizionata dal ritiro,
più precisamente dall'andamento nel tempo del ritiro dell'una rispetto al ritiro all'altro;
differenze, non solo dell'entità di ritiro totale, ma anche della curva di ritiro da inizio a fine processo sono le cause più frequenti dei difetti negli ingobbi;
accade spesso, infatti, che l’ingobbio si distacchi dal pezzo e quasi sempre ciò è causato da un differente ritiro di argilla e ingobbio; solitamente il problema si verifica prima della cottura, in fase di asciugatura. 
Naturalmente ci sono altre possibili cause ai difetti che occorrono negli ingobbi, in molti casi, ad esempio, l'ingobbio è applicato con spessore eccessivo, ma di questo parlerò in seguito;
oggi mi concentro sui problemi legati al ritiro.
Quindi diciamo che il pezzo deve, in un certo senso, calzare bene l'ingobbio altrimenti questo tenderà a sfaldarsi o a screpolarsi.
Vediamo cosa tenere d'occhio sia in fase di asciugatura che in cottura.
Nelle considerazioni che seguono si parte dall’assunto che gli ingobbi hanno una componente argillosa importante,
componente che, ovviamente, è la causa del suo ritiro.

Ritiro in fase di asciugatura
Se l’ingobbio si ritira più dell'argilla che riveste sviluppa crepe e tende sfaldarsi producendo scagliette che arricciandosi si staccano dalle pareti di argilla. La soluzione, in questo caso, è quella di ridurre la quantità di argilla plastica e/o di sostituirne parte o tutta con argilla calcinata.
L'argilla calcinata ha già perso la sua componente carboniosa (se presente) ed ha già scontato il ritiro in cottura.
Inoltre, può essere utile l’utilizzo di un deflocculante.
Se, invece, l’ingobbio si ritira meno del corpo d’argilla allora tende a sfaldarsi, specialmente sui bordi e lungo gli spigoli vivi e le scaglie sono piatte. La soluzione, qui, è quella di aggiungere più argilla plastica riducendo o eliminando del tuto argilla calcinata eventualmente presente.
In ogni caso bisogna tenere in mente alcuni concetti:
  • il legame tra rivestimento e pezzo resta fragile durante la fase di essiccatura;
  • l’applicazione del rivestimento sul pezzo a durezza cuoio (invece che durezza osso) serve a ridurre le differenze di ritiro tra le parti;
  •  viceversa, se il rivestimento è dato sul pezzo già asciutto, è necessario che il suo ritiro sia ridotto la minimo, per quanto possibile, riducendo il contenuto di argilla (specialmente quella a grana molto sottile), usando argille a basso ritiro e/o argille calcinate;
  • il caolino ha un ritiro inferiore rispetto alla ball clay; inoltre, essendo disponibile a diverse granulometrie, può essere utilizzato con grana maggiore a cui corrisponde ritiro minore; 
  • ai fini della compatibilità in cottura, è meglio ridurre il ritiro in fase di asciugatura intervenendo sulla qualità della componente argillosa piuttosto che sulla sua quantità. Si possono utilizzare leganti organici per incrementare la consistenza e l’aderenza (anche qui, se il contenuto di argilla fosse troppo basso, il rivestimento potrebbe non essere compatibile con il pezzo dopo la cottura, per ovviare si potrebbero usare argille grezze o non-plastiche). 
La compatibilità si può constatare con la semplice osservazione ed è facile individuare la differenza tra un ingobbio che si scrosta perché il suo ritiro è minore di quello dell’argilla sottostante (quando è applicato sul pezzo a durezza cuoio) o si screpola a causa di un ritiro maggiore.

Nella foto sotto un esempio di ingobbio che si è ritirato di più dell'argilla con cui è fatta la ciotola: il le screpolature si sono prodotte sulle pareti e non lungo il bordo e le scagliette tendono ad incurvarsi.
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Ritiro in cottura
Lo sfaldamento dopo la cottura è causato da differenze di ritiro in cottura tra argilla e ingobbio. 
Per studiare, ed evitare questo difetto, bisogna tenere in mente che:
  • il corpo e il rivestimento devono ritirarsi contemporaneamente in modo da evitare stati di tensione che possono rompere il loro legame. Infatti, per salvaguardare questo legame, non deve corrispondere solo il valore complessivo finale dei rispettivi ritiri, ma deve combaciare anche la curva di ritiro;
  • la compatibilità rivestimento/argilla è di facile verifica: si applica uno strato consistente di ingobbio sulla superficie liscia di un provino, si verifica che non avvengano screpolature e distacchi in fase di asciugatura, si cuoce, quindi si prova a scalfire;
  • si può anche realizzare una barretta di prova con l’ingobbii assoluto per misurarne il ritiro in cottura; in questo caso, però, è necessario conoscere con un accerta precisione le percentuali di ritiro dell'argilla da rivestire;
  • un primo rimedio consiste nell'aumentare la componente di fondente per incrementare la vetrificazione o la fusione e di conseguenza il legame argilla del pezzo/ingobbio;
  • il ritiro in fase di cottura si può aumentare utilizzando per la componente argillosa un materiale a grana più sottile (naturalmente vale l'opposto se è richiesto un ritiro minore).
Published on
February 5, 2015

Lavori in corso

Progetti
Da un paio di giorni ho ripreso in mano il foglio con gli appunti per la prossima infornata
c'è l'elenco dei pezzi già biscottati
c'era qualche appunto scritto prima di Natale,
quando sembrava che di li a poco avrei fatto il forno,
su altri fogli sparsi altre note sugli smalti che avrei voluto usare e sperimentare,
qualche cosa l'avevo già riportata in alcuni post,
sempre nella categoria "Lavori in corso";
riprendo tutto,
rileggo con occhi nuovi
effetto di quattro o cinque settimane passate pensando ad altro,
sembra chiaro il filo comune:
una sperimentazione della cenere di legna, 
cenere assoluta, lavata e non, cenere miscelata a varie terre, al feldspato, dentro formule più strutturate,
comunque formule originarie, quelle di cui ho parlato fino ad ora nella categoria "Smalti";
la sperimentazione è divertente,
faticosa, stimolante, deludente se va male, esaltante se risponde bene, istruttiva,
pure un po' distruttiva quando scopri, troppo tardi, a cose fatte, che l'errore commesso era ovvio; succede;
così come succede che per errore scopri nuove strade;
va bene, va così, si sa.

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Si vede poco, mi rendo conto,
ma è solo per dare un'idea,
per i prossimi post preparerò delle schede con i dettagli;
comunque:
sulla colonna di sinistra l'elenco dei pezzi,
per quelli evidenziati è tutto definito e stabilito
sugli altri sto ancora lavorando. 
Vorrei decidere tutto a tavolino
poi, certo, al momento qualche cosa succede
ma la libertà di cambiare, deviare, provare, mi viene bene solo se c'è una base già definita,
altrimenti entro in confusione e mi perdo;
credo sia normale quando si lavora su una gamma piuttosto ampia di possibilità.

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Published on
February 3, 2015

Stato delle cose

Aspetti Narrativi
Ieri ho ripreso a lavorare con la terra,
mi sono seduto al tornio e ho modellato qualche ciotola
e questa è una buona notizia.
Non ho ancora un'idea di cosa voglio fare,
il progetto per il prossimo forno non c'è
e questa è la cattiva notizia.
Probabilmente sono bloccato dal fatto di non aver ancora cotto i pezzi dell'ultima produzione, 
il forno con gli smalti di cenere originari, di cenere pura,
quello che avrei dovuto fare il mese scorso e che non ho potuto fare.
Comunque eccomi qua
che attraverso l'inverno cercando una direzione
tra vecchie foto
giorni di pioggia
nuotate 
avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro 
tra i bordi di una piscina
e la certezza delle giornate che si allungano;
non mi manca quasi niente
il senso delle cose non esiste
e non c'è niente da aspettare o da cercare
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Published on
February 1, 2015

Smalti Karatsu

Superfici Tecniche
Raccontare la storia della tradizione ceramica sviluppatasi intorno al villaggio di Karatsu è compito ancora al di sopra delle mie conoscenze;
è una storia interessante perché Karatsu, per la sua posizione geografica, di fatto è la porta del Giappone verso la Corea,
probabilmente molte delle innovazioni tecnologiche, dal tornio ai forni per le alte temperature fino agli smalti di cui parliamo, è arrivata in Giappone proprio passando di qui;
nel post di oggi parlerò solo della ricostruzione moderna dei tre tipici smalti usati nella ceramica di Karatsu;
la fonte è il testo "KARATSU WARE - A tradition of diversity" di Johanna Becker O.S.B. (Ed. Kodansha Internationale Ldt. 1986).
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Choseki e tenmoku con schizzi di ossido di ferro

Esistono tre smalti base:
uno lattiginoso, traslucido, feldspatico detto choseki;
un secondo, a base di cenere di paglia di riso, instabile e screziato è detto madara (screziato, appunto) o namako;
infine c'è il tenmoku.
In effetti si può semplificare ulteriormente considerando solo due smalti base: uno con maggiore percentuale di feldspato, rispetto agli altri ingredienti; l'altro con alta percentuale di silicio (cenere di paglia di riso). Il tenmoku si ricava aggiungendo ossido di ferro a uno dei due.
Tralascio, almeno per adesso, le modalità con cui i ceramisti di Karatsu usavano e usano questi smalti, ne parlerò poi, dedicando qualche post alle tecniche tradizionali di questo luogo.
Quindi, tornando agli smalti, ecco le ricette così come sono state ricostruite.
Bisogna tenere sempre presente che si tratta di ricostruzioni;, 
gli originali, infatti, contenevano materiali grezzi e differivano da luogo a luogo... 
un esempio per spiegarmi meglio: il feldspato che conosciamo oggi è un materiale raffinato, praticamente puro; all'epoca, il processo di produzione prevedeva la semplice macinazione della roccia originaria ma non la successiva raffinazione e, quindi, restavano dentro anche altre componenti (di fatto altri allumino-silicati). Inevitabilmente, questo fatto comporta che oggi dobbiamo compensare il contributo di quelle componenti che nel feldspato puro non sono più presenti con maggiori quantità di argilla.
L'argilla di cui si parla nelle ricette è, normalmente, la stessa con cui sono realizzati i pezzi. Noi, di solito, utilizziamo grès bianco macinato.
La terracotta non credo funzioni bene, sia perché abbasserebbe troppo la temperatura di maturazione, sia per l'apporto non desiderato di ossido di ferro.
Resta, comunque, sempre valido il principio della sperimentazione che ci consente di personalizzare e adattare alle nostre esigenze, oltre che alle nostre possibilità, l'esperienza maturata in altri luoghi da altri ceramisti.

Allora:
Choseki 
(lattiginoso, traslucido)
Feldspato                40
Argilla                     30
Cenere di legna        30
Image description
Il choseki matura tra cono 8 e cono 12. In ossidazione cuoce in giallo-bruno mentre in riduzione vira sul grigio-verdastro. La presenza di ossido di ferro sulla superficie dei pezzi (contenuto nell'argilla del corpo o nell'ingobbir, se c'è) favoriscono l'effetto lattiginoso e traslucido.
Incrementando la percentuale di cenere, oltre rendere lo smalto più opaco, si può favorire l'effetto di "sangunamento" dei disegni ad ossido di ferro sotto-smalto, mentre per fissarli e renderli netti si deve aumentare il contenuto di argilla.
Madara o Namako
(bianco opaco screziato)
Feldspato                     30
Argilla                          30
Cenere di legna             40
Cenere di paglia di riso  30
Image description
L'alta percentuale di silicio rende questo smalto più refrattario del choseki, per questo si incrementa la componente di fondente aumentando la quantità di cenere di legna. Comunque la maturazione è compresa tra cono 9 e cono 12. La presenza consistente di silicio, nelle cotture in riduzione, può favorire la formazione di striature bluastre da cui l'effetto screziato che caratterizza questo smalto. Un'altra condizione, che sembra necessaria per ottenere le screziature, è la presenza di ferro sulla superficie rivestita (nell'argilla o, se presente, nell'ingobbir). 
Se la quantità di cenere dovesse essere maggiore, il colore dello smalto può virare sul verde pallido come un celadon annacquato.
Valgono, anche qui, le considerazioni fatte parlando dello smalto nuka,
in mancanza di cenere di paglia di riso si può ricorrere alla cenere di paglia o di erba oppure utilizzare direttamente il quarzo puro; ovviamente questi adattamenti richiedono la calibrazione delle percentuali.
Purtroppo la foto non rende giustizia allo smalto che, in realtà, presenta una puntinatura di colore azzurrognolo.
Tenmoku
Feldspato                40
Argilla                     30
Cenere di legna        30
Ossido di ferro         5 - 15
Image description
Il tenmoku ricavato dal choseki è più fondente di quest'ultimo per l'azione dell'ossido di ferro, quindi, pur rimanendo nell'intervallo di maturazione tra cono 8 e cono 12, tende a produrre colature dove lo spessore è maggiore. Naturalmente, utilizzando come base il madara si rende lo smalto più refrattario. 
Il colore dipende sia dalla quantità di ossido di ferro che dall'atmosfera del forno: in ossidazione il colore tende ai toni dal bruno all'ambrato mentre in riduzione si vira verso il nero con sfumature rossastre dove lo spessore è più sottile (ad esempio sui bordi).
Nota, il tenmoku sulla tazza in foto è realizzato utilizzando come argilla una terra di Tolfa molto refrattaria (ricca di caolino) che conferisce un aspetto arido. Usando un grès la superficie diventa più lucida e vetrosa e il colte tende al nero.
Published on
January 28, 2015

Ingobbi 4

Superfici Tecniche
Alcuni tra gli aspetti funzionali e le caratteristiche fisiche, con particolare riferimento ad aderenza, sospensione e compattezza, possono essere gestiti intervenendo sulle componenti dell’ingobbio:

lavorabilità (da cui modalità di applicazione); 
aderenza prima della cottura;
tempo di asciugatura (fino a raggiugere lo stesso contenuto d’acqua dell’argilla sottostante);
spessore; 
capacità di mantenersi in sospensione durante la conservazione (proprietà flocculanti); 
tendenza a gelificare;
compattezza;
aderenza dopo la cottura

vediamo come agiscono alcune componenti tipiche degli ingobbi e alcuni additivi:

Componenti argillose:

- agiscono da deflocculanti per le altre componenti non plastiche quali: fritte, feldspati, silicio; 

- favoriscono l’adesione alla superficie del pezzo sia a durezza cuoio che durezza osso; 

- rendono la superficie asciutta più compatta e quindi più resistente alla manipolazione (un rivestimento che risulti compatto dopo l’asciugatura sarà meno soggetto a sbavature quando il pezzo viene maneggiato rispetto a rivestimenti privi di coesione propria che danno superfici “polverose” e quindi instabili). 

Bentonite (e simili):

- sono ottimi agenti di sospensione (ne bastano quantità dell’1-2% con effetti minimi sulle altre proprietà, in particolare rallentano il tempo di essiccatura e possono aumentare leggermente il ritiro). 

Caolino e ball clay 

- conferiscono migliore lavorabilità;

- come le altre componenti argillose migliorano la compattezza;

- incrementano notevolmente il ritiro. 

Silicio 

- conferiscono struttura all'ingobbir e lo rende più vicino nella composizione (e quindi nel comportamento) alle argille da rivestire;

Gomme organiche (es. gomma arabica): 

- possono essere usate per migliorare la compattezza; 

- svolgono un’azione specifica sull’aderenza;

- rallentano l’essiccamento;

- possono produrre problemi di pinholing nello smalto (piccoli crateri come punure di spillo) se se ne usano quantità eccessive, a causa dei gas che generano in cottura.

Fondenti vetrosi (ad esempio i feldspati):

- favoriscono la fusione del composto;

- aiutano la formazione di uno stretto legame tra il rivestimento e la superficie su cui esso è applicato (un rivestimento che ne sia privo può solo contare sulla capacità di aggrapparsi meccanicamente alle porosità della stessa superficie); 

- il principio, naturalmente, vale anche per l’argilla di cui è fatto il pezzo: se è vetrosa, può fornire la usa componente di fondente. 


Se né il rivestimento né l’argilla del pezzo sono vetrosi è fondamentale assicurarsi che abbiano lo stesso ritiro in cottura e la stessa espansione termica (anche piccole differenze di dilatazione/contrazione possono comprometterne il legame). Dell'espansione termica dirò in uno dei prossimi post sugli ingobbi.

La verifica dell’integrità del rivestimento si fa picchiettando la superficie di un provino su cui è stato applicato e cotto uno strato di ingobbio piuttosto spesso.
Published on
January 26, 2015

William Morris

Aspetti Narrativi
La regola aurea, valida per tutti [...]: non avere nella tua casa nulla che tu non sappia utile, o che non creda bello.                     
W. Morris da La bellezza della vita

William Morris è stato uno dei padri del movimento Arts and Crafts,
le affinità di questo movimento con il movimento Mingei, di cui ho parlato nel blog, sono piuttosto evidenti,
non so se vale la pena approfondire perché, a differenza di quanto accaduto in Giappone, l'Ars and Crafts appartiene alla storia europea e credo che la sua storia e i suoi contenuti siano più noti
comunque in rete è facile reperire materiale informativo,
quello che mi interessa qui è aggiungere un piccolo tassello alla riflessione sul senso del nostro lavoro.
Published on
January 23, 2015

Nuka

Aspetti Narrativi Tecniche
Nella sua ricerca sugli smalti, Shoji Hamada,
uno dei principali esponenti del movimento Mingei,
(riferimento alla serie di post dedicata al movimento Minghei)
ha selezionato una ricetta diventata un classico
lo smalto nuka.
Nuka, in giapponese, vuol dire crusca di riso.
Bernard Leach nel suo libro "Hamada Potter" riprende le parole dello stesso Hamada:
For the white, almost opaque glaze, we mix equal parts of Terayama stone, wood ash and rice husk or Nuka ash. If the iron content of the body is high the glaze will become blue-grey. I often dip the row pot in a thin ochre slip as a base for this glaze...

Come dicevo, nuka è la parola giapponese che indica la crusca di riso, 
si tratta di un sottoprodotto della lavorazione del riso bianco;
nel linguaggio dei ceramisti, in Giappone, si riferisce alla categoria di smalti che, originariamente, erano a base di cenere di pula di riso.

Rifiuti agricoli raccolti nei campi e bruciati, 
non veri e propri falò, più che altro una lenta combustione che cova sotto la cenere producendo una cenere grigio scuro - nero, 
ottima per lo smalto; 
questo colore è conferito dal residuo di carbonio nelle ceneri,
ne consegue che la cenere ha un alto L.O.I. 
L.O.I. sta per Loss On Ignition e indica quella componente carboniosa che si perde in cottura eliminata in combinazione con l'ossigeno sotto forma di anidride carbonica e monossido di carbonio
(riferimento ai post sulla cottura della ceramica);                    
dal punto di vista chimico la cenere di pula di riso (tolto il L.O.I.) è quasi interamente composta da silice finissima.

Tornando alla formulazione di Hamada, la ricetta originale si può scrivere così:
1/3 cenere di crusca di riso
1/3 cenere di legno di frassino
1/3 polvere di pietra Terayama (un feldspatoide ad alto contenuto di silicio)

Si tratta, quindi, di uno smalto la cui componente di fondente presenta un alto contenuto di calcio (fornito dalla cenere di legno), ricco di silicio fornito dalla cenere di pula di riso caratterizzato da una granulometria estremamente sottile. 
Cuoce in bianco con riflessi bluastri soprattutto su base ricca di ferro,

è leggermente lattiginoso e opaco a causa delle particelle di silice non fuse.

Per la completa maturazione richiede temperature elevate comprese  tra cono 10 e cono 14 (Orton).

Immagine

A sinistra nuca on cenere di paglia, a destra con quarzo

Di seguito una serie di adattamenti a materiali più facilmente reperibili,
naturalmente in rete si trova una gamma vastissima di formulazioni,
molti ceramisti si sono cimentati con questo smalto proponendo la propria versione;
noi abbiamo fatto riferimento a Phil Rogers
poi ci abbiamo messo del nostro.

Partendo dalla prima sostituzione: Cornish stone al posto di Terayama stone (roccia giapponese non reperibile in Europa):

1/3 cenere di crusca di riso
1/3 cenere di legna lavata
1/3 cornish stone

quindi, anche se va detto che la cenere di paglia ha una diversa composizione chimica da quella di crusca di riso, il passaggio successivo prevede proprio questa sostituzione, inoltre, al posto della Cornish stone si può usare un feldspato di potassio (con o senza aggiunta di una piccola percentuale di quarzo):

32% cenere di paglia
32% cenere di legno di frassino
32% feldspato di potassio
  4%   quarzo

Infine, semplificando ulteriormente, si può usare quarzo puro al posto della cenere di paglia:

1/3 quarzo
1/3 cenere di legna lavata
1/3 feldspato di potassio

Per ridurre un po' la temperatura di maturazione bisogna ridurre di un 4-5% il quarzo incrementando contemporaneamente la cenere di legna; 
questo passaggio però, rischia di incidere sul biancore lattiginoso conferito dalle particelle di quarzo non fuse che restano in sospensione nello smalto vetrificato.


Un'altra versione, che abbiamo sperimentato con successo, è quella proposta da William Marshall:


quarzo                         40
cenere di legna lavata    50
feldspato di potassio      60

Registro, infine, che alcuni autori inseriscono nella cenere di legna una piccola percentuale (diciamo un 4-5% della quantità di cenere) di ossa calcinate; sembra che il fosforo contenuto in questo tipo di cenere favorisca l'opalescenza;
noi ci stiamo lavorando e i risultati sono buoni.


Lo smalto liquido, quando contiene cenere di crusca o di paglia, si lavora in modo molto diverso da come si fa con gli altri smalti;
è più difficile trovare la giusta consistenza,
deve essere sufficientemente cremosa e adatta a formare uno strato di copertura piuttosto spesso,
bisogna tener presente che sia la cenere di legna che ancor di più quella di paglia hanno una componente di L.O.I. e, perciò, in cottura tendono a ridurre il proprio volume.

Direi che c'è molto da fare: procurarsi la metterai prima, sperimentare le varie ricette, trovare la giusta densità...
insomma, buon lavoro!
Published on
January 20, 2015

Ingobbi 3

Superfici Tecniche
Il tema da affrontare, una volta deciso a cosa ci serve l'ingobbio che vogliamo usare, riguarda la compatibilità tra l'ingobbio e l'argilla su cui va applicato nonché tra ingobbio e smalto;
naturalmente la compatibilità deve essere garantita in tutte le fasi del processo: in asciugatura, in cottura e sul pezzo finito.
Partendo dal principio che ogni rivestimento ha uno specifico comportamento  e perciò una modalità propria di adattamento alle argille sottostanti, in questa partita entrano in gioco anche fattori esterni quali: la fase di asciugatura (argilla a durezza cuoio o durezza osso); le tecniche di applicazione; la temperatura di cottura; la presenza o meno di smalti.
In questo quadro generale, il problema chiave, per garantire la compatibilità rivestimento/argilla è il ritiro;
differenze di ritiro tra il rivestimento e l'argilla sottostante, sia in fase di asciugatura che in cottura, possono produrre scollamenti o crepe,
la soluzione risiede nel corretto bilanciamento degli elementi che compongono l'ingobbio.
Per comporre un ingobbio adatto all'impasto argilloso da rivestire è necessario conoscere tutti i suoi componenti e le modalità con cui agiscono, in questo modo sarà possibile modificarne le proporzioni apportando quegli aggiustamenti che lo rendono adatto all'uso specifico.
A chiusura di questa sorta di panoramica introduttiva, vediamo il più classico degli esempi, quello che, anche sul piano intuitivo, rappresenta la prima e più ovvia soluzione per produrre un semplicissimo rivestimento adatto a modificare il colore della superficie ceramica;
si tratta dell'uso della stessa argilla con cui è stato realizzato il pezzo modificata con aggiunta di ossidi coloranti;
ebbene, anche in questo caso si possono avere problemi di aderenza,
infatti, mentre l'argilla del pezzo da rivestire si trova già a durezza cuoio o addirittura a secchezza osso ed ha, quindi, già scontato parte del ritiro, quella per il rivestimento si troverà necessariamente allo stato liquido e, a un contenuto d'acqua elevato, come abbiamo visto nella serie su asciugatura e cottura, corrisponde un elevato ritiro.
Published on
January 13, 2015

L'argilla ricorda

"Sono rimasto sedotto dalla capacità dell'argilla di registrare movimenti e gesti."

"Il mio lavoro ha due ispirazioni fondamentali. In primo luogo l'estetica giapponese che vede l'imperfezione e l'irregolarità come forme di bellezza. In secondo luogo, a livello più inconscio, il movimento pittorico espressionista astratto.
I miei pezzi sono realizzati a mano in modo da consentire lo sviluppo naturale del gesto e dell'asimmetria. Queste due caratteristiche sono il risultato reale del processo di foggiatura e non un vezzo. Questo metodo di produzione preserva la naturale, intrinseca qualità plastica dell'argilla.

..."
Chuch Hindes

poi Hindes racconta della capacità dell'argilla di registrare l'azione del fuoco e dell'atmosfera all'interno del forno
azione che lascia tracce sulla materia e imprevisti effetti di colore concludendo che
"l'immagine risultante riflette l'effetto che espressionismo astratto ha avuto sul mio lavoro." 





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