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Published on
March 8, 2019

Irabo

Superfici
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Ogni tanto ci torno; perché mi piace.
Mi piace l'idea di un rivestimento tanto semplice quanto imprevedibile; in quanto non completamente gestibile.
E' rustico ed elegante.
Così poco gentile al tatto: Irabo è il nome giapponese per questo tipo di smalto - devo averlo già scritto - e proviene dal termine "ira-ira" che significa fastidioso, irritante, proprio a causa della sua superficie ruvida.
Tenere tra le mani una ciotola del genere è come toccare la corteccia di un albero o una pietra vulcanica levigata dal mare.
Un compromesso tra l'homo faber e la natura della materia che egli lavora e trasforma: l'uomo arriva fino a un certo punto, poi lascia fare agli elementi.
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Gli ingredienti dello smalto sono: terracotta, eventualmente sabbia e cenere di legna.
Di norma è sottilissimo in modo da lasciare trasparire la grana del corpo.
Di origine coreana, è molto apprezzato per le ciotole destinate alla cerimonia del te.

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February 17, 2019

Da Tian Mù a Tolfa

Superfici Tecniche
Fai quello che puoi, con quello che hai, dove sei.
Theodore Roosevelt
Tra gli smalti che ho elaborato negli anni ce n’è uno che chiamo TKTG, è uno smalto terroso. 
È opaco, qualche volta arido; al tatto sembra pietra. 
Il colore va dal rosso-bruno fino quasi al nero, aggiungendo ossido di ferro. 
È uno smalto amico, di lui mi posso fidare; in cottura non crea problemi se la temperatura è un po’ più bassa o un po’ più alta di quella ottimale; matura bene e non cola, nemmeno se investito dalla fiamma viva, ed è ottimo al servizio di altri smalti, come tinta di fondo per sovrapposizioni, colature, inserti.
Il nome TKTG è una sigla che sta per Tenmoku di Karatsu con Tolfa Gialla. Un nome con tanta geografia e un po’ di storia.
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Mandarino: tiānmù; Giapponese: ten moku; 
Inglese: Heaven's Eye

Tenmoku è il termine in lingua giapponese che indica una produzione ceramica originaria della Cina meridionale. Prende il nome dal tempio di Tianmu Mountain, in Cina, dove venivano utilizzate ciotole per il tè rivestite da uno smalto molto scuro, tendente al nero, ovviamente ricco di ossido di ferro. 
In Cina questa produzione si è sviluppata in epoca Song (1127–1279) col nome Jian Zhan che significa "tazza di Jian (tè)". 
Secondo alcune fonti ciotole Jian Zhan sarebbero arrivate in Giappone grazie ai doni dell'imperatore cinese allo Shogun giapponese agli inizi del secolo XV. Altre ciotole di questo tipo furono riportate in patria da monaci giapponesi di rientro da un viaggio in Cina, in visita ad alcuni monasteri. 
A Karatsu, una località giapponese situata nella più meridionale delle grandi isole: il Kiushyu, c’è una lunga tradizione ceramica segnata da un legame particolare con la vicina Corea.
​Gli smalti di Karatsu sono fondamentalmente di diretta derivazione coreana.

​Ho ripreso la formulazione del mio TKTG dal testo della storica dell’arte statunitense Johanna Becker: Karatsu Ware – A tradition of diversity. 
Tra gli smalti prodotti a Karatsu dal secolo XV, ce n’è uno ricco di ossido di ferro dai colori tra il marrone e il nero che rientra nella categoria dei tenmoku. Secondo la Becker questo smalto scuro non è altro che uno degli smalti chiari al quale è aggiunto di ossido di ferro.


Comunque lo smalto nero sia arrivato in Giappone dalla Cina, quello che è arrivato tra le mani dei ceramisti giapponesi è semplicemente uno smalto nero; e basta. Senza istruzioni, senza manuali e formule. Praticamente un’idea, niente di più. Un’idea partita dalla Cina meridionale nel secolo XII e arrivata in Giappone tre secoli dopo in una cassa o tra le mani di un monaco o attraverso un lungo percorso da un centro ceramico all'altro passando da quel ponte naturale tra i due paesi che è la Corea.
In ogni caso ha indotto i ceramisti giapponesi a riflettere sui materiali da utilizzare, tra quelli disponibili, e sul processo produttivo, tra quelli a loro noti, per riprodurre quel colore e quella particolare consistenza.
Molte conoscenze in campo ceramico - e non solo direi - hanno viaggiato nello spazio e nel tempo trasformate dalla capacità dei ceramisti incontrati lungo il percorso, dai materiali e dalle tecnologie disponibili nei vari centri ceramici, dal gusto del tempo e del luogo.
​A titolo di esempio, secondo la Becker gli smalti di Karatsu contenevano cenere di legna, come componente fondente, oltre ad argilla locale – la stessa con cui si foggiavano i pezzi – roccia feldspatica ed eventualmente ossido di ferro per i colori scuri. Nella Cina meridionale del secolo XII, molto probabilmente il fondente era costituito da roccia calcarea. Anche qui gli altri componenti erano, ovviamente, rocce e argille locali.
​Oggi la chimica ci dice che rocce calcaree e cenere di legna contengono carbonato di calcio, un fondente alle temperature di cottura di grès e porcellana. All'epoca lo sapevano per esperienza.
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Tolfa è una località a nord di Roma caratterizzata da una storia geologica molto più antica e complessivamente diversa da quella degli altri distretti vulcanici circostanti. La differenza principale è nella tipologia di prodotti piroclastici. Rispetto ai vulcani più noti – il Vulsino (lago di Bolsena); il Cimino-Vicano (lago di Vico); il Sabatino (lago di Bracciano) e il Vulcano Laziale (lago di Albano) – caratterizzati dalla produzione di pozzolane e tufi, i materiali del vulcanesimo di Tolfa sono di natura acida che, trasformati da processi idrotermali, hanno prodotto caoliniti. 
La parola “caolino” deriva dal cinese Gaoling - o Kau-Ling a seconda delle trascrizioni dal mandarino -  e significa “alte colline”, con riferimento alla regione presso Jingdezhen, nella provincia cinese di Jiangxi.




Sul sito istituzionale del Comune di Tolfa leggo:
"La complessità geologica dei Monti della Tolfa emerge quando si osservano i domi lavici, tipica espressione del vulcanismo acido che, in molti casi, assumono particolare spicco morfologico nel contesto circo­stante. Questi rilievi, con versanti acclivi e cime generalmente arrotondate, danno vita ad un paesaggio aspro ed impervio…" ​ alte colline, appunto.
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Nei dintorni di Tolfa ho cavato vari materiali differenti tra loro. Sono tutti piuttosto refrattari, con un certo contenuto di caolino - quando non sono caolini puri. Tra questi c'è un'argilla molto consistente, sembra roccia, che una volta macinata e filtrata produce una polvere gialla. Altri sono terrosi a grana fine di colore bruno altri ancora bianchi e sabbiosi ma anche se non tutti hanno lo stesso colore, nel nome dello smalto è rimasta la G di gialla. 
Naturalmente lo smalto risente del tipo di argilla o roccia di Tolfa utilizzata ma le leggere differenze nella consistenza e nella struttura che risultano nel prodotto finale non spostano in maniera sostanziale l'aspetto complessivo. Sono tutti a pieno titolo dei TKTG. 
Il colore, invece, non fa testo perché è condizionato fortemente dalla quantità di ossido di ferro introdotto nella formula dello smalto.
​Volendo si potrebbe usare anche un caolino puro ma sicuramente si perderebbe quella unicità ... quel "sapore" che solo le argille naturali e la cenere di legna possono conferire ad uno smalto.
La ricostruzione dello smalto scuro di Karatsu proposta dalla Backer (vedi post del 1 febbraio 2015) parte da due smalti chiari:
il lattiginoso Choseki e lo screziato Madara (o Namako), ai quali è aggiunto ossido di ferro tra il 5 e il 15%.
Io ho scelto il Choseki; ho usato argille di Tolfa; ho ridotto la quantità di feldspato e la formulazione finale è più o meno questa:
Feldspato K                 30
Tolfa                              30
Cenere di legna          30
Ossido di ferro              6 – 10%    


La quantità di ossido di ferro produce colori dal rosso bruno al marrone scuro, quasi nero.
La riduzione della quantità feldspato abbassa la percentuale di silicio, d’altro canto le argille di Tolfa sono molto refrattarie, il risultato è uno smalto dall’aspetto litoide, privo della qualità vetrosa tipica di molti smalti.    
In conclusione, seppure le conoscenze nel campo della geologia e della chimica e gli studi sulla ceramica antica ci danno, oggi, la possibilità di sapere come erano realizzati gli oggetti di epoche passate, resta la necessità di captare un’idea per trasformarla, interpretandola secondo il proprio gusto, nel proprio tempo e in funzione di ciò che abbiamo a disposizione.
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February 16, 2019

Tohoku day

Domenica 10 marzo parteciperò al mercato TOHOKU DAY
A 8 anni dal grande terremoto del Tohoku del 2011, anche quest'anno è stato organizzato l'evento di beneficenza "TOHOKU DAY". 
Il ricavato sarà devoluto ad associazioni che si occupano dei bambini, sia in Italia che in Giappone, che si trovano in condizioni di difficoltà.
L'evento prevede, oltre il mercatino di oggetti e cibi giapponesi, spettacoli, workshop, e una lotteria a premi.
I dettagli dell'evento sono pubblicati nella pagina degli eventi.
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January 16, 2019

Houhin

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Houhin (o Houbin) è una tipica teiera giapponese senza manico.
Di piccole dimensioni è particolarmente adatta a tè pregiati, come il gyokuro, che richiedono un'infusione con acqua a bassa temperatura.
La capacità è intorno ai 100 ml.
Di solito ha un bordo alto o spesso dal quale può essere afferrata con due o tre dita.
In generale deve essere sufficientemente piccola da essere gestita con una sola mano: sollevata e inclinata per versare il tè tenendone il coperchio, fermo al suo posto, con un dito.
Alcuni modelli sono sprovvisti di foro di uscita e il tè esce direttamente dalla fessura tra coperchio e bordo del corpo. 
Lo houhin nelle foto è fatto da me. E' un po' più grande dello standard, sarà da 130-150 ml, così lo posso usare  anche per il sencha; ne esce una tazza.
Se il sencha è buono, con le stesse foglie ci faccio due infusioni. Io dico due "giri".
Per il sencha le quantità di foglie, la temperatura dell'acqua e la durata dell'infusione sono diversi da quanto detto sotto per il gyokuro; del resto il gyokuro è un tè molto pregiato, non proprio idoneo ad un uso quotidiano, mentre a me piace usare questa teiera tutti i giorni.
Le regole vanno interpretate. 
In quanto segue riporto la procedura secondo i giapponesi. Poi, ognuno si regola secondo i propri gusti e le proprie abitudini.
Per fortuna, è così!
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Gyokuro 
Tè verde giapponese dal corpo pieno, sapore dolce e delicato e colore verde chiaro.
Rientra nella categoria dei sencha dai quali differisce per le tecniche di coltivazione, infatti,  nelle ultime tre settimane prima del raccolto, le piante sono protette dal sole con stuoie di paglia o canne.
La schermatura dei raggi solari, tra il 70% e il 90%, rallenta la fotosintesi nelle foglie di tè riducendone, conseguentemente, il contenuto di catechina che è il componente amaro. D'altro canto, la ridotta insolazione provoca l'incremento della teanina (un aminoacido - da non confondere con la teina) e della teina o caffeina (un alcaloide) che esaltano la dolcezza del sapore del tè. 
La teina, secondo i giapponesi, conferisce la componente umami del sapore.
Il sapore del gyokuro, quindi, è corposo e dolce e, sempre secondo i giapponesi, ha un odore simile a quello dell'alga marina. 
L'infusione avviene in acqua a temperatura relativamente bassa: 50
~60°C contro i 70~80°C del sencha e, per questo, richiede tempi leggermente più lunghi (almeno per la prima infusione):  un minuto e mezzo o due.
​Come per altri tè pregiati, anche le foglie di gyokuro possono essere utilizzate per due, anche tre, infusioni successive.
Infine, le foglie, una volta terminata la preparazione del tè, possono essere mangiate. 
A me hanno consigliato di ripassarle velocemente in padella con un filo di salsa di soia o di condirle con una spruzzata di limone.

Data la bassa temperatura dell'acqua di infusione del gyokuro, normalmente si raccomanda di preriscaldare teiera e tazze in modo da mantenere più a lungo il calore.

PS: Il sencha non è buono da mangiare.
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Preparazione del gyokuro con lo houhin
Immaginando che non tutti dispongano di un bollitore con regolazione automatica della temperatura partiamo da acqua bollente.
​La prima infusione:
① versare l'acqua bollente nello houhin per scaldarlo (e per stemperare la temperatura dell'acqua);
② versare l'acqua dallo houhin nelle tazze (due tazze piccole) per scaldarle, in questo modo si abbassa ulteriormente la temperatura dell'acqua; 
③mettere 3~5 grammi di foglie di tè (per 90 ml d'acqua) nello houhin, coprire, ancora senz'acqua, in modo che le foglie "sentano" la temperatura del vapore lasciato dal passaggio dell'acqua. Nel frattempo lasciare per qualche minuto l'acqua a raffreddarsi nelle tazzine;

④ versare l'acqua calda nello houhin;
⑤ lasciare in infusione fino a quando le foglie del tè si saranno aperte quasi del tutto; non del tutto, quasi;

⑥ se le tazze da servire sono due, versare il tè un po' alla volta alternativamente nell'una e nell'altra, in modo da ottenere per entrambe la stessa intensità. Le ultime gocce sono un vero condensato di sapore. Quindi, versare fino all'ultima goccia.
La seconda (e terza) infusione:
⑦ per la seconda infusione è meglio utilizzare acqua leggermente più calda;
⑧ il tempo di infusione, al contrario, potrà essere più breve, anche meno di un minuto;
⑨ come per la prima infusione, versare il tè un po' alla volta alternativamente nelle due tazze fino all'ultima goccia; 
⑩ con i tè migliori si può fare anche un terzo "giro", sarà ancora buono.
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La spiegazione giapponese su come determinare la temperatura giusta dell'acqua per il tè è interessante. 
Fermo restando il fatto che usare un termometro è il sistema migliore, secondo loro, farlo servendo tè ad un ospite sarebbe poco elegante. 
Allora ricorrono ad un sistema empirico.
L'idea è che acqua calda si raffredda di circa 10℃ ogni volta che passa da un contenitore all'altro, quindi,  versandola dal bollitore alla teiera, la temperatura passa a circa 90℃; il secondo passaggio dalla teiera alle tazze la porta a circa 80℃; a questo punto basta aspettare circa 5 minuti per far scendere la temperatura dell'acqua a circa 60-70℃; poi con l'ultimo passaggio, dalle tazze di nuovo nella teiera, la si porta ai 50-60°C necessari per il gyokuro.
Per tè verdi che richiedono temperature maggiori basta eliminare un passaggio o l'attesa di 5 minuti in tazza.
Ovviamente la temperatura dell'ambiente, lo spessore delle tazze, la quantità d'acqua incidono sulla velocità di raffreddamento dell'acqua stessa.
​Basta un po' di pratica. 
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January 5, 2019

Jun 1 - Cottura in casella

Cotture Superfici Tecniche
Sulla sperimentazione intorno e dentro allo smalto jun, nel forno di novembre.
Cottura in casella: Un confronto.
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In ceramica la Casella è una cassetta di materiale refrattario, generalmente di forma cilindrica, usata come contenitore di pezzi da cuocere. È detta anche gazzetta (dal fr. gazette) e assolve alla stessa funzione della Muffola, che è una camera di materiale refrattario presente all'interno di alcuni forni (forni a muffola). Entrambe hanno allo scopo di evitare che i pezzi in cottura vengano lambiti dalle fiamme. 
Tradizionalmente nella ceramica jun i pezzi vengono inseriti singolarmente nelle caselle, che, pertanto, hanno dimensioni interne di poco superiori a quelle del pezzi stessi.
Le pareti delle muffole e delle caselle sono spesse e, durante la cottura, assorbono molto calore con due conseguenze: rendono la temperatura di cottura più uniforme al proprio interno e rallentano la fase di raffreddamento; nella ceramica jun quest'ultimo aspetto sembra rilevante, infatti, durante il raffreddamento si formano i cristalli che ne determinano l'aspetto e il colore.

Il raffreddamento è parte integrante del processo di cottura.
Durante questa fase lo smalto, che si è fuso durante il riscaldamento, torna a solidificare. 
Le modalità di raffreddamento hanno conseguenze sulla struttura dello smalto e, quindi, sul colore, sulla superficie, sulla sua stessa natura.

Del colore azzurro e delle modalità con cui viene fuori parlerò in seguito perché è un argomento complesso e affascinante e merita una riflessione a parte.
Abbiate pazienza, ci sto lavorando.

Le tre ciotole

Nella cottura di novembre ho infornato tre ciotole realizzate con la stessa argilla, una refrattaria bianca; rifinite con lo stesso ingobbio contenente 5% di ossido di ferro rosso e smaltate con lo stesso smalto jun.
Su tutte e tre ho aggiunto  colature di smalto tea dust sul bordo.
Una combinazione ormai classica del mio repertorio.

Una delle tre è cotta in casella ed è quella più scura.​
Le alte due, necessarie al confronto, erano disposte in punti diversi del forno per valutare eventuali differenze.
Le differenze, in effetti, ci sono.
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Le tre ciotole

Quella cotta in casella

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La sorella cotta all'aperto

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​Confronto

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Le differenze principali sono due e riguardano il colore dello jun: più scuro in quella cotta in casella; e l'effetto delle colature di tea dust: nella cottura in casella prendono un tono nero appena venato di macchioline dorate.
Inoltre, sempre la ciotola cotta in casella, a uno sguardo più attento (o a immagine ingrandita) presenta una diffusa puntinatura lattiginosa, come nebbia. Secondo me si tratta di cristalli di wollastonite (silicato di calcio) formati durante il raffreddamento ma, come dicevo, di questo parlerò in seguito.

​La terza ciotola

La terza ciotola, che mi piace per il suo bordo esterno grezzo, scolorito, a contrasto con l'interno dal colore pieno e tessitura morbida e compatta, dimostra come lo jun assottigliandosi perda la tonalità azzurra per virare verso un grigio-verdastro e diventare, infine, trasparente dove molto sottile.
Del resto, ai fini del confronto con la cottura in casella, aggiunge poco.
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Confronto - Dettaglio spinto

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E' possibile che anche lo jun della ciotola cotta fuori dalla cesella presenti cristalli biancastri, meno evidenti sulla matrice azzurro chiaro. Ma comunque non hanno la consistenza e la diffusione di quelli dello smalto cotto in casella.

Infine

Tutte e tre le ciotole sono state acquistate nei mercatini di Natale.
Mi fa piacere averle vendute perché ciò dimostra quanto siano state apprezzate.
Naturalmente mi dispiace anche essermene privato ma il mio dispiacere è una questione privata.
Published on
November 1, 2018

Novità

Aspetti Narrativi
Come potete vedere, ho rinnovato il sito.
Mi sembra che la grafica sia migliore, soprattutto le foto che sono belle grandi.
Spero che apprezziate.
Con l'occasione sto modificando anche alcune pagine. Il contenuti del glossario, ad esempio, erano decisamente vecchi e ho iniziato ad aggiornarli, inoltre ho aggiunto una pagina con le foto rappresentative della produzione dell'anno in corso.
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August 2, 2018

Sister Corita Kent

Aspetti Narrativi Tecniche
... la regola 8,
...
ognuno avrà la sua preferita o quella che più di altre stimola una  riflessione o provoca un imbarazzo;
la mia è la regola 8 
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June 27, 2018

6 Piatti - Revisione 2

Forme Progetti Superfici
Ho rifatto i piatti.
Ne ho cinque perché uno si è rotto in fase di asciugatura e non ho avuto il tempo di rifarlo; poco male, mi interessava di più mettere a posto le cose dopo il disastro dell'ultima infornata - vedi post precedente del 11 maggio scorso.
Il Progetto
n. 6 pezzi
fognatura al tornio
diametro al finito 26 cm circa
​impasto: gres grigio
Le intenzioni
il Progetto è sostanzialmente lo stesso, ho aumentato un po' il diametro, già che c'ero, per accompagnare l'incremento dello spessore che invece, nelle intenzioni, serviva a ridurre le deformazioni.
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La Realizzazione
n. 6 pezzi
fognatura al tornio
diametro al tornio (appena foggiato) 28/29 cm
devo compensare il ritiro
gres grigio chamottato 
pennellata di ingobbito bianco (hakeme)
Un processo affidabile
Come dicevo, uno dei piatti è andato già in fase di produzione. 
Forse è rimasto al sole qualche ora... anzi, sicuramente è così perché è stato fatto come gli altri, solo che gli altri li ho rifiniti di sera e il grosso dell'acqua l'hanno rilasciata di notte.
Ma, dicevo, poco importa, quello che mi interessa è individuare un processo affidabile e, quindi, replicabile.
Siccome credo di esserci, penso che rifare il piatto mancante oggi non sia un problema.
Smaltatura e cottura
Smalto, uguale per tutti: Coreano.
Decorazione: schizzo doppio (due pennellini affiancati) uno di iron stain e l'altro di uno smalto vero e proprio saturo di ferro (vedi macchioline brune); una leccata di smalto jun sul bordo e qualche goccia di tea dust (macchie verdastre).
Cottura in riduzione a cono 9/10.
Una composizione complessa
Nel preparare questi piatti ho cercato di mettere insieme vari elementi in una composizione più complessa del solito, del mio solito, senza tradire la propensione a realizzare pezzi semplici, come già vissuti, già sporchi... penso alla pietra, al ferro ossidato, concrezioni...
Su ogni piatto, oltre alla terra di cui è fatto, c'è un ingobbio, macchie di ossido, lo smalto di base e altri tre smalti; in totale concorrono e interagiscono 6 elementi; sei materiali; sei colori.
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L'essenza
La mano di smalto coreano (io lo chiamo così perché è la rielaborazione dello smalto proveniente dalla tradizione pungh'ong), che di solito è un velo uniforme e molto sottile, qui è data apparentemente con meno attenzione, è sempre sottile, anche se non sottilissima, e irregolare, con tanto di colature. 
Nella foto sotto, la colatura bianca che scorre sotto la falda del piatto non è ingobbio (come il bianco sulla faccia superiore) ma una goccia di smalto che, dove più spesso, tradisce la sua essenza feldspatica a quarzosa.
Sempre dalla foto sotto si rivela l'interazione dello smalto con l'argilla, all'altezza del piede si può vedere il cambio di colore tra argilla rivestita di smalto e argilla nuda; il "coreano" sottile è trasparente, nel senso che lascia passare la luce, ma modificando il colore.

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Non sono tutte rose
Un difetto comunque c'è. Un paio di piatti si sono leggermente deformati. Quello della foto sotto nemmeno tanto leggermente.
Non si tratta di una deformazione che deturpa il pezzo ma è pur sempre un'anomalia non cercata.
Qui il problema è legato al passaggio da cono 9 a cono 10 che sto adottando nella mia scheda di cottura. Alcune argille, anche tra quelle che uso da anni, tollerano male questo incremento di temperatura e basta uno spessore più sottile o una forma più delicata (come le falde di un piatto) per mandarle in crisi.
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Un confronto impietoso
A seguire due foto, la prima con un pezzo proveniente dall'infornata del 11.5.2018 e la seconda con uno di quest'ultima.
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May 11, 2018

6 Piatti, storia di un fallimento

Forme Progetti Superfici
un lavoro facile...
La signora M qualche tempo fa mi ha chiesto di realizzare per lei un set di sei piatti. Per darmi un'idea di cosa voleva me ne ha mostrato uno, a mo' di prototipo, pure di mia produzione; quindi un lavoro facile... 

​Si tratta di un piatto del diametro di circa 22 cm realizzato con un grès grigio contenente una parte sabbiosa.a grana fina (25% 0 - 0,2 mm); decorato con una pennellata di ingobbito bianco (tipo hakeme) e rivestito da uno smalto semplice, quello che chiamo coreano, a base di cenere, feldspato e quarzo, dato molto sottile. Infine c'è uno schizzo di iron stain (macchie a base di ossido di ferro).
​Tutto qui. In effetti è un tipo di prodotto abbastanza collaudato.
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Prototipo

Il Progetto
n. 6 pezzi
fognatura al tornio
diametro al finito 25 cm circa
​impasto: gres grigio
Liscio liscio
La prima difficoltà sorge alla consegna del grès, per un malinteso col fornitore non è quello contenente sabbia. Si tratta dello stesso grès  stesso produttore, ma è a grana fina, finissima, senza chamotte,  morbido, ben lavorabile al tornio ma manca la sabbia ed è un problema perché così viene meno quell'aspetto un po' ruvido che mi piace.
Non ho tempo per rifare l'ordine, decido di trovare una soluzione.
​Miscelo il gres grigio liscio liscio con un grès rosso ricco di sabbia a grana media (40% 0 - 0,5 mm).
Miscela al 10% di grès rosso e 90% di grigio.

​Penso che l'ossido di ferro contenuto nel grès rosso possa scurire un po' l'impasto ma, concludo, va bene così.
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Non andava bene: troppo scuro

La Realizzazione
n. 6 pezzi
fognatura al tornio
diametro al tornio (appena foggiato) 27,5 cm
devo compensare il ritiro
gres misto: 90% grigio senza chamotte + 10% rosso a grana media
pennellata di ingobbito bianco
schizzo a base di ossido di ferro
Un po' di sperimentazione
Così li mando in cottura per il primo fuoco. Alcuni piatti, specie quelli realizzati per primi, hanno la falda un po' troppo sottile. Ho dovuto "tirarli" in fase di foggiatura per raggiungere la misura voluta, poi, mano a mano che andavo avanti col lavoro, ho aumentato la quantità di materiale. Sono passato da poco meno di due chili e due chili e due; gli ultimi avevano uno spessore più sostanzioso.

Naturalmente ho valutato che i primi, quelli sottili, non fossero troppo sottili. Solo che andavano meglio gli altri, quelli fatti dopo. Decido di tenerli tutti, in fondo non ho una grande familiarità coi piatti e ho pensato che fosse utile capire fino a che punto potessi spingermi con questo materiale e nelle condizioni di cottura che utilizzo nel mio forno. Un po' di sperimentazione, insomma.
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Deformazione: fastidiosa, dolce ondulazione

andava benissimo
Decido di usare tre diversi smalti (sempre in ambito sperimentazione)

Non prima di aver grattato via la pennellata di ingobbito da quattro dei piatti: non ero convinto che tenesse in cottura, mi sembrava che non avesse legato con il grès sottostante... in realtà andava benissimo, come dimostra quello che ho lasciato sugli altri due piatti.

Smaltatura e cottura
Smalto:
2 pezzi - Jun Nigel Wood:  uno sottile / l'altro molto sottile 
2 pezzi - Jun Hamada molto sottile
​2 pezzi - Coreano + schizzo di tea dust
gli ultimi due sono quelli su cui ho lasciato lo hakeme;
​
su alcuni piatti ho fatto colare una goccia di jun al centro.
Dove ho tolto l'ingobbio è venuto via anche lo schizzo di ossido di ferro che ho sostituito con uno schizzo di smalto saturo di ferro.
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Le bolle più grandi - Smalto Jun Nigel Wood

offende il mio orgoglio
La sorpresa imprevista sono state le bolle. Che questi piatti potessero essere troppo scuri lo avevo messo in conto; che qualcuno fosse troppo sottile me lo aspettavo, ma le sbollature no, non me le aspettavo proprio. Chiaramente ho impastato male
i due grès, frettolosamente.
Mi chiedo se il grès grigio finissimo, privo di chamotte trattenga l'aria meglio di quelli a grana più grossolana, in fondo è un difetto capitato veramente di rado, eppure uso spesso argille lavorate, rigenerate, reimpastate. Non so, però è un difetto che offende il mio orgoglio di ceramista perché non posso attribuirgli lo status di effetto della sperimentazione.
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Bollicine sul fondo non smaltato

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Jun Hamada molto sottile

in un colpo solo
Riassumendo, il colore è troppo scuro e comunque poco attraente,
le foto addirittura ne migliorano l'aspetto; alcuni pezzi si sono deformati; si sono formate bolle d'aria; ho sbagliato a togliere lo hakeme perché, contrariamente ai miei sospetti, ha funzionato bene.
C'è di buono che ho concentrato tanti errori tutti insieme, in un colpo solo, fatto che mi rende ottimista per il prossimo giro.
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Secondo Jun Nigel Wood

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Altro Jun Hamada molto sottile

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Hakeme, smalto coreano sottile e goccia di jun al centro

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Particolare fondo

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Particolare

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Altra deformazione

tanto per chiarire gli effetti deformanti della foto sul colore, sotto c'è la foto del piatto con le bolle più grandi. Ce n'è un'altra dello stesso piatto più su che ho inserito perché lì gli effetti di luce evidenziano bene le bolle ma per avere un'idea del vero colore l'immagine qui sotto è meglio.
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Published on
March 17, 2018

Ciotole per Momo - Disamina 2

Forme Superfici
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Coppia di ciotole.
Forma squadrata ma con linee e angoli ammorbiditi.
Gres color camoscio.
Smalto jun a spessore non uniforme con linea di tenmoku tea dust sul bordo che crea colature color verde/giallo con punti color oro.
Nessun ingobbio.
Lo jun è derivato dalla formula detta 4:3:2:1 attribuita a Leach.
La formula base prevede:
4 parti di feldspato di potassio;
3 di quarzo;
2 di carbonato di calcio;
1 di caolino.
poi il caolino viene ulteriormente ridotto e sostituito in parte da talco e da colemanite.
Infine c'è un pizzico di ossido di ferro nero.
​
Sul perché lo jun ha questo colore dovrò scrivere presto qualcosa.
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Le foto deformano il colore.
Qualche differenza tra le due ciotole c'è ma non è così evidente come appare dalle due immagini qui sopra.
Inoltre, il color oro delle colature si perde completamente.
C'è anche un accenno di colatura dello Jun ma direi che è accettabile.
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Autori

VesuvioLab 
di Federica e Maurizio

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