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Published on
July 20, 2019

Forno di maggio - Studi

Forme Superfici
Daniel Rhodes negli anni '70 ha scritto un testo didattico dal titolo Pottery Form.
Si tratta di un testo notevole per la semplicità con cui trasmette le basi necessarie a comprendere e a gestire le forme delle tipologie più comuni della ceramica funzionale.
Ci tengo a sottolineare i due obiettivi: comprensione e gestione.
Rhodes parla con chiarezza, scompone i pezzi negli elementi costitutivi e ciononostante riesce a dare la visione d'insieme dell'oggetto. Lo fa con un linguaggio discorsivo, riducendo all'essenziale gli argomenti.
Un modo di raccontare il lavoro di realizzazione di ciotole, piatti, brocche che è ben rappresentato dalle foto in bianco e nero che ritraggono pezzi in ceramica nuda, illuminati in modo da evidenziare, con i chiaroscuri, le forme e i volumi; foto silenziose ed eloquenti. Purtroppo in rete, a parte la copertina, non ho trovato publicate immagini del contenuto e nemmeno io posso pubblicare quelle dalla mia copia del libro; che sono protette da copyright.
Non so se oggi esistano testi così efficaci. Quello che Rhodes riesce a fare è potenziare gli elementi fondamentali del lavoro ricordando, contemporaneamente, al lettore, che il ceramista, l'apprendista, ha la responsabilità di fare proprie le informazioni e svilupparle in un linguaggio personale.
E' probabile che l'efficacia del testo si esplichi particolarmente se chi lo legge ha già un'idea del lavoro con la ceramica.
Per esempio, a proposito del piede delle ciotole, Rhodes dice:
  • Bowl (foto). This is the "rice bowl" type. The profile is a rather taut S curve. The trimmed foot is wide enough for stability but narrow enough so as not to interrupt the sweep of the bottom.*
Chi fa ceramica, chi si è cimentato nella modellazione di ciotole, può capire quanto una frase così semplice, se da un lato fornisce una spiegazione chiara e ben definita di come debba essere largo il piede, dall'altro ci spinge a riflettere su elementi che sono qualitativi.
Ecco, una caratteristica del suo modo di spiegare è che non pone le questioni adottato un punto di vista quantitativo, non fornisce misure o proporzioni ma sempre elementi qualitativi; si preoccupa, insomma, di come le cose appaiono all'occhio.
La decisione sulla stabilità della ciotola; la scelta sul punto esatto in cui la curva è compiuta e, quindi, può essere interrotta senza danno estetico, sta a chi realizza la ciotola. All'occhio e alla sensibilità del ceramista. La responsabilità delle scelte non può averla il maestro. Chi insegna deve fornire i criteri di scelta e mi sembra che Rhodes lo faccia.
Un testo degli anni '70 che, secondo me, ancora funziona.
* Traduzione approssimativa:
​Ciotola. Questo tipo è detto "ciotola di riso". Il profilo è una "curva S" piuttosto rigida. Il piede è abbastanza largo per garantire la stabilità ma abbastanza stretto da non interrompere la curva del fondo.
Tutto questo per dire che Rhodes, nel suo testo, presenta, sinteticamente, quattro profili di riferimento per le ciotole. In particolare quelle che gli orientali chiamano ciotole da riso, ovviamente per l'uso a cui sono normalmente destinate.
I quattro tipi sono:
  • S curve;
  • modified S;
  • parabola;
  • straight and curved.
Qui di seguito riproduco maldestramente il disegno dello stesso Rhodes; disegno oltretutto deformato dalla fotografia. Poco male, qui conta l'idea di un profilo.
Foto

La frase del testo di Rhodes, scelta come esemplificativa di un modo di presentare le cose, non è stata scelta a caso.
Nell'ultima infornata volevo elaborare una forma. Quando dico elaborare intendo, in modo piuttosto letterale, lo sviluppo di un'idea che già esiste; in questo caso non invento ma faccio mia una forma.
Ero interessato a una forma di ciotola che fosse più tozza - mi viene da dire più tarchiata - quindi bassa rispetto alla larghezza, col piede che segue questa tendenza.

Non è semplice perché quell'appello a non interrompere la curva con cui il fianco della ciotola va a chiudere sul piede mantiene una sua validità.
Quindi per arrivare ad un risultato soddisfacente ho dovuto prendere iniziando da carta e matita.
Quello che ne è venuto fuori è una forma che ho chiamato a bacinella.
Di seguito l'elaborazione grafica della mia bacinella con la frase di Duke Ellington (sostituendo looks a sounds) con cui ho deciso quale fosse la forma giusta per me:

"If it sounds (looks) good, it is good"

L'esito del lavoro lo si può osservare nel post precedente: Forno di maggio - Disamina 3.
Ovviamente, rispetto a quanto fatto nel post citato, dove parlavo principalmente della pelle della ciotola: del suo rivestimento, dell'aspetto finale, qui voglio sottolineare il profilo, la forma pura, le curve e i relativi raccordi.
Per questo, di seguito riporto le foto delle stesse ciotole del post precedente ma ritratte nude, prima della cottura.
Qui, insomma, cerco di raccontare il mio modo di procedere mostrando i passaggi chiave del processo.
Foto
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Tra le notazioni appuntate sullo schizzo ce ne sono giusto un paio da evidenziare:
  • parete leggermente curva. Più verso il piede, tesa verso la bocca;
  • bordo della bocca con o senza bordino esterno. Cmq non rientra all'interno.
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A titolo di esempio, qui sotto ci sono le foto di quattro ciotole che ho realizzato secondo i criteri di definizione del profilo indicati da Rhodes. 
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Published on
July 19, 2019

Forno maggio - Disamina 3

Superfici Tecniche
Nella Disamina 2 del forno di maggio scorso ho ripreso a parlare dell'Irabo.
Ho riportato i link di vecchi post sullo stesso argomento e ho cercato di inquadrare l'ambito dello studio che sto portando avanti.
​Quindi...
Il passo successivo è: cosa accade se modifico le condizioni al contorno?
Se utilizzo, per il corpo da rivestire col mio smalto irabo, un gres carico di ossido di ferro (tanto da risultare nero in cottura) come reagisce questo smalto?
Se, invece, sotto lo smalto irabo inserisco un altro smalto?

Irabo su corpo scuro

Il corpo della ciotola è realizzato con un gres chamottato, piuttosto ruvido, carico di ossido di ferro.
C'è qualche chiazza di ingobbito bianco; sembrano macchie del tempo o sporcizia, dipende da chi osserva.
Lo strato di smalto è molto sottile. Ancora più sottile di quanto già fatto con le ciotole presentate nella precedente disamina: praticamente un velo.
Infine, ci sono chiazze di iron stain, difficili da cogliere in foto, se non a contrasto col bianco-giallastro dell'ingobbio: macchie del tempo o sporcizia, dipende da chi osserva.
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Per apprezzare l'effetto dello smalto bisogna notare l'aspetto vagamente metallico della superficie del pezzo, evidente soprattutto a contrasto col fondo del piede che non è smaltato e appare, infatti, più terroso sia nel colore (tendente al bruno rossastro) che nella consistenza superficiale.
Sono ciotole che io stesso faccio fatica a utilizzare per alimenti, anche se non credo che ci siano particolari problemi ma, certo, questa superficie arida e scura e molto ruvida non invita in questo senso; ciononostante ne subisco il fascino. Mi piacciono e, credo, continuerò a lavorarci.
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Irabo su smalto TKTG

A proposito dello smalto che chiamo TKTG ho già detto QUI 
Post del 17/2/2019
Quindi si tratta di uno smalto terroso, non particolarmente lucido e vetroso.
Ci sono i soliti schizzi di iron stain, vari e in diverse formulazioni, gli smalti non hanno spessori uniformi, il tutto conferisce una tessitura naturale come roccia lavorata dagli agenti atmosferici o legno in disfacimento. Materia organica sul suolo.
Le leggere irregolarità della forma della ciotola aiutano l'effetto.
La superficie, rispetto al pezzo sopra, è più morbida e, seppure il colore anche qui non è particolarmente invitante, rassicura la presenza più evidente di un rivestimento del corpo argilloso.
Lo smalto sottostante, il TKTG, vira dal rosso cupo al marrone, dove lo strato di irabo sopra è molto sottile, dove, invece, quest'ultimo è leggermente più spesso forma delle goccioline, come di sudore, dal colore verdastro. Tutta la parte giallastra ... chissà!
In situazioni così poco pulite, qualche volta è complicato riuscire ad interpretare tutto.
Bisogna accettare anche questa parte.
...
Forse ho usato anche un po' di irabo corretto con ossido di Titanio? Oppure ho dato una pennellata di Dry Yellow Ochre? Certo, sarebbe strano non averlo riportato sulla scheda.
Però, proprio rileggendo la scheda, trovo annotato un particolare: questa ciotola, nel forno, stava accanto ad un mucchietto di carbone, messo lì proprio per vedere l'effetto che fa...
Però mi sembra strano che la vicinanza con il carbone dia questo giallastro. Non so...
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Sono oggetti difficili da apprezzare, me ne rendo conto, a me piacciono e li considero punti di arrivo, non di partenza; certo alcuni aspetti vanno migliorati ma sento che il lavoro su questo genere di smalto inizia ad essere compiuto.
Probabilmente il mio occhio è condizionato dal fatto che questi prodotti sono frutto del mio studio e del mio lavoro; mi appartengono. So che, se pure cerco di spiegare, difficilmente riesco a convincere - per così dire - l'occhio di un osservatore esterno, il quale, molto probabilmente, valuta la ciotola di per se, pensandola come possibile oggetto da maneggiare e vedere nel quotidiano tra altre stoviglie, sulla tavola, tra le mani.
Mentre bevi un te o servi olive non pensi a cosa c'è dietro la produzione di un oggetto; è così, a meno che...

Su questo punto ci devo riflettere ancora un po'
Published on
June 22, 2019

Forno di maggio - Disamina 2

Progetti Superfici Tecniche

Il Progetto

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Continuo a chiamarlo Irabo;
Irabo è il termine giapponese che indica un particolare tipo di smalto da ceramica composto solo da cenere di legna e argilla;
ne ho già parlato QUI                                        e QUI;
post del 8/3/2019 “Irabo”
post del 29/11/2014 “Gli smalti 4 – Irabo”
quindi si tratta di un proto-smalto;
proto: dal greco πρωτος (protos): il primo; 
con questa semplice miscela… con l’aggiunta di argilla alla cenere di legna, di cui si era intuita la funzione vetrificante e coprente, inizia, molto probabilmente, la piena consapevolezza dell’uso del rivestimento smaltante in ceramica. L’argilla serve per stabilizzare la cenere che altrimenti, alle alte temperature, colerebbe.
Alcune volte è così: quattro righe per spiegare diversi secoli di lavoro, studio, sperimentazioni, prove, fallimenti, intuizioni, errori, incidenti fortuiti. 
Poi la conoscenza si mette in viaggio: prima i cinesi, poi i coreani, infine i giapponesi;
​ognuno con la propria sensibilità, cultura e, soprattutto, con i materiali a 
disposizione.
Questa è la storia.
Molto dopo, in epoca moderna, con alle spalle l’evoluzione millenaria dell’uso degli smalti, ogni tanto qualcuno ricomincia da qui: dal proto-smalto; dalla miscela di argilla e cenere di legna.
Oggi, però, nel bagaglio del ceramista ci sono conoscenze di chimica, di fisica e di mineralogia, oltre alla possibilità di approvvigionarsi di materiali prodotti industrialmente o provenienti da posti diversi e 
lontani.
Le possibilità sono maggiori, ma questo non ci rende migliori, sicuramente abbiamo perso la sensibilità nel trattare i materiali che abbiamo tra le mani; è un concetto generale, anche il fuochista, per esempio, oggi dispone di computer che controllano la cottura, di pirometri e tutta la strumentazione per la regolazione del fuoco ma pochi o nessuno saprebbe dedurre la temperatura dal colore della luce nel forno.
Nozioni e tecnica da un parte; sensibilità dall'altra: è così? c'è un equilibrio da ricercare tra queste diverse facoltà?
Le maggiori conoscenze e la strumentazione sofisticata ci devono rendere più responsabili. 
Recuperare tecniche antiche non vuol dire rifiutare l'ampio contenuto del nostro bagaglio ma, al contrario, ci mette nelle condizioni di operare consapevolmente attingendo alle conoscenze che scienza e tecnica ci mettono a disposizione... affinando così la nostra sensibilità.
Ne ho già parlato; ne parlerò ancora; è un tema centrale della nostra epoca.
Sono partito dalla formulazione che prevede l’uso di terracotta, quindi di un’argilla fusibile, in rapporto 50/50 con la cenere di legna lavata.
Non sono certo dell’origine di tale formulazione: cinese? coreana?
immagino che la prima, la proto-formula, fosse diversa; probabilmente prevedeva l’uso di gres, cioè della stessa materia usata per foggiare il corpo dei pezzi da rivestire; così come la cenere, molto probabilmente, non era lavata.
Ecco che con due semplici ingredienti si è già aperto un ampio ventaglio di possibilità;
poi ci sono da considerare l’effetto dello spessore di questo smalto e l’interazione con l’argilla sottostante.
Procedo modificando un parametro alla volta. 
Allora, tenendo a mente il tema dell’infornata di maggio: l’Autunno, vediamo come ho declinato il mio proto-smalto.
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Precisazioni a carattere generale: 
ho mantenuto fissa la formulazione 50/50 terracotta/cenere lavata;
la terracotta è una semplice terraglia rossa commerciale;
la cenere lavata è di legno di pino;
il corpo è di grès bianco;
le variazioni consistono nell’aggiunta di ossidi metallici per modificare il colore dello smalto.
In un prossimo post presento, per lo stesso smalto, sia la variazione dell’argilla del corpo che la presenza di un altro smalto sotto l'irabo.
Annoto sul diario la necessità di riprendere la sperimentazione con la cenere vulcanica, sia miscelata con la cenere di legna, al posto della terracotta, che viceversa. Nel secondo caso uscendo dalla categoria irabo. Forse anche il primo caso è fuori ma trovo la cosa irrilevante.

Ciotola A

Qui ho usato lo stesso smalto sul medesimo gres del corpo usati per i pezzi del post richiamato sopra (“Irabo” del 8/3/2019). 
Anche su questo pezzo ho dato schizzi di iron stain.
È chiaro, che quello che cambia, tra questa ciotola e quelle del post di marzo, è lo spessore dello smalto;
qui c'è solo una pallida e piatta colatura verdastra, lì le colature hanno corpo e spessore e caratterizzano, definendolo, tutto il rivestimento.

A pensarci bene anche lo smalto… qui la cenere usata è di legno di pino, nell’altro caso era di quercia. Per adesso, però, penso di più allo spessore;
questo vuol dire che seguiranno prove con spessori maggiorati.

Comunque devo ricordarmi di riprovare con la cenere di quercia.
Il risultato è una ciotola dall’aspetto un po’ troppo arido, con poca profondità nel colore e priva di elementi decorativi che, risaltando, prendano rilevanza.
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Ciotola B

Lo smalto è lo stesso di prima, pure sul medesimo gres bianco e con gli schizzi di iron stain, ma con aggiunta di diossido di titanio puro in ragione del 2%; in progetto pensavo di metterne meno, l'1%.
Diossido: il suffisso di-dal greco δις (dis) che significa due, doppio; equivalente del latino bis, quindi è come dire biossido; due atomi di ossigeno e uno di titano: TiO2. 
Qui l’ossido è puro, una polvere bianca.
Il titanio tende a far virare il colore verso i toni del giallo.
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Ciotola C

Ancora stesso smalto e stesso gres bianco stessi schizzi, ma con aggiunta nello smalto di Rutilo in ragione del 5%;
Il rutilo è… biossido di titanio.
Non mi è ancora chiara la differenza con il biossido di titanio puro. Il rutilo si presenta come una polvere marrocina. Probabilmente, essendo un minerale naturale e non estratto chimicamente contiene delle impurità. 
Qui è difficile cogliere le differenze tra i due smalti perché la percentuale di biossido di titanio introdotta nella ciotola B è meno della metà di quella del rutilo nello smalto C.
​Insomma, devo approfondire.
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June 8, 2019

Forno di maggio - Disamina 1

Progetti Superfici Tecniche

Il Progetto

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Le ciotole di quest'infornata nascono così.
Un disegno e qualche appunto sui materiali sugli smalti da usare.
Qui, come ho detto in un post precedente, il tema era l'autunno.
Due ciotole. Simili.
Una dai colori più scuri, col bianco del Nuka all'interno.
L'altra dentro ha uno jun.
Tutte e due hanno schizzi di iron stain e pennellate di smalti vari: tea dust, arabo, saturi di ferro.
Il tutto, però, si fonde in macchie più o meno scure prendendo un aspetto bruno rossastro mischiato a toni nerastri. 
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Complessivamente li trovo due pezzi riusciti. Avrei preferito che venissero fuori chiazze di verde e giallo ma, tutto sommato, vanno bene anche così. ​Clicca qui per modificare.

La prima - interno nuka

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La seconda - interno jun

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Per lo smalto di fondo il riferimento è il post Da Tian Mu a Tolfa del 12 febbraio scorso.
​Ci potete andare direttamente cliccando sul tasto qui sotto.
Da Tian Mu a Tolfa
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June 3, 2019

Una Presentazione

Venerdì prossimo, su invito del laboratorio Terracromata, terrò una presentazione del mio lavoro.
Chi fosse interessato è pregato di chiamare il laboratorio al numero indicato in locandina.
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June 1, 2019

Forno Maggio 2019 - Il Progetto

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Ecco, ho aperto il forno. L'ho fatto venerdì scorso, sotto l'ennesima pioggia di questo maggio quasi autunnale; oggi c'è il sole, finalmente primavera matura.
Ho disposto tutte le ciotole sul tavolo e ho iniziato a guardarle; ho già detto, nel post precedente, che si trattava di un'infornata sperimentale e che, in più, avevo bisogno di tirare fuori una ciotola per una mostra (che purtroppo è stata annullata). Il tema della mostra erano le stagioni; io avevo scelto l'Autunno: nella forma e nei colori. Quindi cerco da tutte queste ciotole nuove indicazioni di lavoro e una sola che rappresenti l'Autunno.
Allora, disposti i pezzi in modo che possa vederli tutti, presi in mano uno ad uno, confrontandoli con le schede che preparo durante il lavoro, ne trovo di belli e di meno belli (non vorrei dire brutti ma credo che alcuni lo siano). Ci sono cose interessanti, che aprono nuovi percorsi e altri risultati, come dire... anonimi, senza futuro. Naturalmente non c'è alcuna corrispondenza tra i pezzi di bell'aspetto e le risposte interessanti ai nuovi esperimenti e viceversa (una ciotole può essere veramente poco interessante o attraente eppure ricca di suggerimenti per il mio lavoro).
Insomma, c'è materiale su cui lavorare e nei prossimi post presenterò la parte per me interessante di questo lavoro.
Intanto voglio fare una premessa, il vero oggetto di questo post.
Il lavoro preparatorio per questa infornata è stato caratterizzato da una prassi progettuale ancora più spinta di quanto già fatto fin qui.
​A differenza di quanto ho visto fare ai giapponesi, quelli del '900 a cui spesso faccio riferimento, che hanno una modalità che vede nel gesto - il modo di dare uno smalto o una semplice pennellata di ossido di ferro per riprodurre un disegno stilizzato - la sua essenza. 
Hamada ripeteva continuamente lo stesso disegno fino ad interiorizzarlo, al punto che la mano sembrava agire autonomamente. I giapponesi hanno alle spalle la filosofia zen. Io no. Credo che questo vada considerato.
​Io ho studiato ingegneria. Appartengo a una cultura diversa. Io ho imparato a progettare.
Questo vuol dire che all'idea segue uno studio volto a definire le possibilità e i modi di eseguirla. 
Il progetto è quel processo che sta tra l'intenzione e la realizzazione.
La forma mentale è questa.
Qui sotto c'è la foto del foglio sul quale ho appuntato le forme delle ciotole che ho pensato, via via di realizzare: la parabola, la "S" (di cui ne ho fatta solo una), la squadrata, la bacinella, la coppetta deformata.
Inoltre c'è il programma temporale, il cronoprogramma, delle ultime tre settimane per arrivare pronto ala cottura del 25 maggio. 
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Nella foto di copertina ci sono tutti i fogli del progetto dispiegati sul pavimento.
Non credo sia utile soffermarsi sulla qualità degli elaborati. Quello che mi interessa dire riguarda il loro contenuto, il fatto di ripensare il mio processo creativo dilatando l'importanza di quella parte di lavoro che si fa a tavolino, con le mani pulite e che detta l'azione al me ceramista in laboratorio: al tornio; agli smalti.
Sarebbe divertente scambiarsi i progetti con altri ceramisti per vedere che effetto fa eseguire un lavoro pensato da un altro... chissà. 
Nei prossimi post presenterò alcune ciotole insieme al lavoro preparatorio.
Intanto qui sotto un esempio.
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May 30, 2019

Navigare necesse est, vivere non est necesse

Aspetti Narrativi
Sabato scorso, 25 maggio, ho fatto un forno; una cottura.
Oltre 30 ciotole, tutte più o meno della stessa misura, cosa che al fuochista non piace; meglio caricare il forno con pezzi di misure diverse: si spreca meno volume nella camera di cottura. Il fuochista ci tiene ad ottimizzare gli spazi nel suo forno.
Si tratta di un’infornata molto sperimentale. Ho provato nuovi smalti e nuove sovrapposizioni, combinazioni mai provate con l'argilla del corpo o con ossidi coloranti.
Ho sperimentato.
Il motto, parafrasando il celebre Navigare necesse est, vivere non est necesse di Plutarco, è stato Sperimentare è necessario, replicare non è necessario.
Dopo oltre un anno di azzurro avevo bisogno di creare nuovo humus per poi far crescere altre idee.
Certo, in ogni infornata ci può essere – e di solito c’è – qualche cosa di nuovo ma si tratta di esperimenti puntuali, circoscritti.
Questa volta, invece, il grosso dell’infornata è dedicato a un’idea e alle possibili proposte tecniche per realizzarla.
L’idea è tutta dentro una parola: l’autunno. Il compito, allora, è stato quello di sviluppare smalti e composizioni di smalti che rispondessero a questo tema.
Non ho ancora sfornato, quindi non so com'è andata. Confido sul fatto che il materiale è tanto e posso sperare di tirare fuori dal forno qualcosa di buono da pubblicare nei prossimi giorni; del resto, chi mi segue lo sa, non ho paura dei fallimenti, soprattutto quando sperimento.
A presto.
Published on
May 9, 2019

Disegnare aiuta

Progetti
Foto
Foto
Le foto in bianco e nero della ceramica nuda si avvicinano molto al disegno. Immagini silenziose di volumi definiti dalle ombreggiature.
Foto degli schizzi preparatori e del pezzo in fase di realizzazione - non ancora smaltato.
Le foto risalgono al 2013. Il pezzo è un katakuchi - è tanto che non ne faccio più.
Ho sempre avuto chiara l'importanza del disegno preparatorio. Certo, si può lavorare anche senza, avendo in testa il progetto, la forma. Ci si mette al tornio e le mani "tirano su il pezzo", che quasi sembra lavorino in modo autonomo. Un certo automatismo in lavori come quello del tornitore è fisiologico soprattutto per forme che si ripetono, ma per mettere a punto una certa forma che ho in testa oppure se voglio riprodurre un pezzo che ho visto, ho bisogno di disegnare, prima.
La fase di studio di una forma è, per me, essenziale e passa per il disegno.
Infine, è utile confrontare il pezzo foggiato - magari anche biscottato, come il katakuchi qui sopra - con i disegni preparatori; è utile perché aiuta a mettere in relazione il disegno con la forma tridimensionale che ne deriva: l'intenzione col gesto.
Published on
March 15, 2019

Namako  o Madara

Superfici
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Il Namako, detto anche Madara, è il nome di uno degli smalti tipici della tradizione Karatsu.
Dei tre smalti che caratterizzano la produzione ceramica dell'area di Karatsu, questo è il più difficile da riprodurre, sia perché richiede temperature di cottura molto elevate sia perché deve prodursi un effetto screziato e non è scontato che ciò accada.
Infatti, la formulazione dello smalto prevede l'utilizzo, oltre al feldspato e alla silice, di argilla e cenere di legna. Gli ultimi due ingredienti non sono elementi puri ma portano la complessità degli elementi naturali e il controllo di uno smalto in queste condizioni è un po' più complicato.
Ho parlato degli smalti della tradizione Karatsu nei post del 17/2/2019 e del 1/2/2015.
In particolare, nel vecchio post del 2015 fornivo le ricette proposte dalla storica dell'arte Johanna Becker. Il Madara, il quelle ricostruzioni, contiene la cenere di crusca di riso (o di paglia), un materiale particolarmente ricco di silicio. Nel caso di queste ciotole ho utilizzato direttamente polvere di quarzo. Come ho già detto da qualche altra parte, l'uso della cenere di paglia offre spesso risultati sorprendentemente belli ma la gestione dello smalto a crudo è complicatissima perché si tratta di un materiale estremamente voluminoso e difficile da diluire correttamente così che risulta molto complicato rivestire il pezzo in modo uniforme e con lo spessore giusto.
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Personalmente trovo che questo smalto sia il più marino di quelli che sto producendo ultimamente.
E' una considerazione minima, mi rendo conto, ma è utile al processo di emancipazione dalla tradizione giapponese che pure resta il mio principale riferimento nei fatti che riguardano la ceramica.
Un riferimento culturale ma soprattutto tecnico.
I miei maestri sono loro, i ceramisti giapponesi.
Però, a distanza di anni di lavoro, di prove, di studio dei materiali, i miei materiali, di studio sulle forme, mi accorgo che l'obiettivo non è più la replica di pezzi quanto più somiglianti possibile all'originale ma la creazione di qualcosa che mi piaccia, utilizzando gli strumenti fin qui acquisiti.
La sintesi, del tutto personale, di tante esperienze, mie come di altri ceramisti.
Quindi ... tutto qui, uno smalto acqua di mare.
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March 9, 2019

Jun 2 - Rosso rame

Superfici
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Parlo spesso dei miei fallimenti, perché da questi si impara più che dai successi.
I successi, normalmente, sono un punto di arrivo e in quanto tali non danno al lavoro una prospettiva ampia e profonda.
Poi ci sono le cose che semplicemente vanno bene, non un successo, solo vanno come ci si aspetta che vadano, un normale passaggio nel processo di crescita, se non fosse che qualche volta portano con se un elemento imprevisto: un'anomalia* che non necessariamente ne diminuisce il pregio. Qualche volta, anzi...
Ho foggiato un pezzo dalla forma molto semplice e ho deciso di rivestirlo completamente con un unico smalto: lo jun, appunto, in modo che l'azzurro opalescente, con la sua profondità e ricchezza, fosse il solo protagonista; l'oggetto del mio studio e al contempo l'elemento di attrattiva per l'osservatore esterno.
Quindi la ciotola che presento in questo post risponde quasi completamente alle aspettative - l'esito è quasi conforme alla norma - ma ha qualcosa in più che io non ho aggiunto volontariamente; è capitato.
Dal Vocabolario Treccani on line
anomalìa
 s. f. [dal gr. ἀνωμαλία, lat. anomalĭa; v. anomalo]. – Irregolarità, difformità dalla regola generale, o da una struttura, da un tipo che si considera come normale...
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La macchia rossa sul bordo: l'anomalia. 
Non ho dato rame su questo pezzo.
Il rame si usa per ottenere i rossi sugli smalti; lo sapevano già i cinesi nel XI secolo, ma io non ho usato il rame su nessuno dei pezzi infornati insieme a questa ciotola. Quindi il rame era già nel forno, sicuramente sulla lastra che stava vicino al bordo della ciotola. Evidentemente, l'ultima volta che ho usato quella lastra c'è caduta sopra una goccia di smalto che si è portata con se un po' di rame.
Insomma, è successo e il rame, ad alta temperatura, "salta". I ceramisti dicono così.
La temperatura di ebollizione del rame (quella in cui passa allo stato gassoso) è di 2567 °C ma già dai 1025°C diventa instabile e tende a volatilizzare andando poi a depositarsi sui pezzi che si trova intorno, all'interno del forno, catturato da smalti che stanno fondendo. Più la temperatura sale più il fenomeno si fa intenso.  Misteri della chimica... o meglio, misteri per chi non conosce la chimica. 

Allora resto nel modo dei ceramisti: il rame alle alte temperature "salta".
Qui è "saltato" e si è depositato sulla ciotola creando un imprevisto alone purpureo.
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Notare come cambia il colore dello smalto jun al variare dello spessore. (foto a sinistra)
A questo punto devo aggiungere una cosa: se c'era del rame su quella lastra del mio forno è perché in passato ho già provato a sovrapporre il rosso rame all'azzurro e l'ho fatto perché questa combinazione è tipica della ceramica jun. 
Soprattutto nella prima parte della produzione jun, quella nota come "classic jun", compaiono, ad un certo punto, macchie rosse sullo sfondo azzurro. Il rame qui non è ancora entrato nello smalto, come accadrà più avanti nella produzione del cosiddetto "numbered jun" (o "jun ufficiale" nella dizione cinese), ma è sullo smalto azzurro;
sono macchie,  segni astratti; 
rosso su azzurro;
sangue sullo sfondo del cielo.  
Combinazione cromatica che per me evoca  vivacità, forza vitale e che qualche autore definisce drammatica. Oppure è espressione di grande raffinatezza.
La Cina tra i secoli XI e XII (epoca dello jun classico) offre diverse soluzioni storiche.
I ceramisti hanno introdotto il rosso di rame sull'azzurro profondo dello jun durante la dinastia Song, erede della tradizione imperiale cinese,  o sotto i mongoli Jurchen dell'impero Jin?
I clienti (lo jun classico non era una ceramica di corte) erano raffinati commercianti e funzionari pubblici o i discendenti di cavalieri nomadi delle steppe?
Non so ma a questo punto mi viene voglia di lavorarci sopra...

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VesuvioLab 
di Federica e Maurizio

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