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June 8, 2019

Forno di maggio - Disamina 1

Progetti Superfici Tecniche

Il Progetto

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Le ciotole di quest'infornata nascono così.
Un disegno e qualche appunto sui materiali sugli smalti da usare.
Qui, come ho detto in un post precedente, il tema era l'autunno.
Due ciotole. Simili.
Una dai colori più scuri, col bianco del Nuka all'interno.
L'altra dentro ha uno jun.
Tutte e due hanno schizzi di iron stain e pennellate di smalti vari: tea dust, arabo, saturi di ferro.
Il tutto, però, si fonde in macchie più o meno scure prendendo un aspetto bruno rossastro mischiato a toni nerastri. 
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Complessivamente li trovo due pezzi riusciti. Avrei preferito che venissero fuori chiazze di verde e giallo ma, tutto sommato, vanno bene anche così. ​Clicca qui per modificare.

La prima - interno nuka

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La seconda - interno jun

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Per lo smalto di fondo il riferimento è il post Da Tian Mu a Tolfa del 12 febbraio scorso.
​Ci potete andare direttamente cliccando sul tasto qui sotto.
Da Tian Mu a Tolfa
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June 3, 2019

Una Presentazione

Venerdì prossimo, su invito del laboratorio Terracromata, terrò una presentazione del mio lavoro.
Chi fosse interessato è pregato di chiamare il laboratorio al numero indicato in locandina.
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June 1, 2019

Forno Maggio 2019 - Il Progetto

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Ecco, ho aperto il forno. L'ho fatto venerdì scorso, sotto l'ennesima pioggia di questo maggio quasi autunnale; oggi c'è il sole, finalmente primavera matura.
Ho disposto tutte le ciotole sul tavolo e ho iniziato a guardarle; ho già detto, nel post precedente, che si trattava di un'infornata sperimentale e che, in più, avevo bisogno di tirare fuori una ciotola per una mostra (che purtroppo è stata annullata). Il tema della mostra erano le stagioni; io avevo scelto l'Autunno: nella forma e nei colori. Quindi cerco da tutte queste ciotole nuove indicazioni di lavoro e una sola che rappresenti l'Autunno.
Allora, disposti i pezzi in modo che possa vederli tutti, presi in mano uno ad uno, confrontandoli con le schede che preparo durante il lavoro, ne trovo di belli e di meno belli (non vorrei dire brutti ma credo che alcuni lo siano). Ci sono cose interessanti, che aprono nuovi percorsi e altri risultati, come dire... anonimi, senza futuro. Naturalmente non c'è alcuna corrispondenza tra i pezzi di bell'aspetto e le risposte interessanti ai nuovi esperimenti e viceversa (una ciotole può essere veramente poco interessante o attraente eppure ricca di suggerimenti per il mio lavoro).
Insomma, c'è materiale su cui lavorare e nei prossimi post presenterò la parte per me interessante di questo lavoro.
Intanto voglio fare una premessa, il vero oggetto di questo post.
Il lavoro preparatorio per questa infornata è stato caratterizzato da una prassi progettuale ancora più spinta di quanto già fatto fin qui.
​A differenza di quanto ho visto fare ai giapponesi, quelli del '900 a cui spesso faccio riferimento, che hanno una modalità che vede nel gesto - il modo di dare uno smalto o una semplice pennellata di ossido di ferro per riprodurre un disegno stilizzato - la sua essenza. 
Hamada ripeteva continuamente lo stesso disegno fino ad interiorizzarlo, al punto che la mano sembrava agire autonomamente. I giapponesi hanno alle spalle la filosofia zen. Io no. Credo che questo vada considerato.
​Io ho studiato ingegneria. Appartengo a una cultura diversa. Io ho imparato a progettare.
Questo vuol dire che all'idea segue uno studio volto a definire le possibilità e i modi di eseguirla. 
Il progetto è quel processo che sta tra l'intenzione e la realizzazione.
La forma mentale è questa.
Qui sotto c'è la foto del foglio sul quale ho appuntato le forme delle ciotole che ho pensato, via via di realizzare: la parabola, la "S" (di cui ne ho fatta solo una), la squadrata, la bacinella, la coppetta deformata.
Inoltre c'è il programma temporale, il cronoprogramma, delle ultime tre settimane per arrivare pronto ala cottura del 25 maggio. 
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Nella foto di copertina ci sono tutti i fogli del progetto dispiegati sul pavimento.
Non credo sia utile soffermarsi sulla qualità degli elaborati. Quello che mi interessa dire riguarda il loro contenuto, il fatto di ripensare il mio processo creativo dilatando l'importanza di quella parte di lavoro che si fa a tavolino, con le mani pulite e che detta l'azione al me ceramista in laboratorio: al tornio; agli smalti.
Sarebbe divertente scambiarsi i progetti con altri ceramisti per vedere che effetto fa eseguire un lavoro pensato da un altro... chissà. 
Nei prossimi post presenterò alcune ciotole insieme al lavoro preparatorio.
Intanto qui sotto un esempio.
Foto
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May 30, 2019

Navigare necesse est, vivere non est necesse

Aspetti Narrativi
Sabato scorso, 25 maggio, ho fatto un forno; una cottura.
Oltre 30 ciotole, tutte più o meno della stessa misura, cosa che al fuochista non piace; meglio caricare il forno con pezzi di misure diverse: si spreca meno volume nella camera di cottura. Il fuochista ci tiene ad ottimizzare gli spazi nel suo forno.
Si tratta di un’infornata molto sperimentale. Ho provato nuovi smalti e nuove sovrapposizioni, combinazioni mai provate con l'argilla del corpo o con ossidi coloranti.
Ho sperimentato.
Il motto, parafrasando il celebre Navigare necesse est, vivere non est necesse di Plutarco, è stato Sperimentare è necessario, replicare non è necessario.
Dopo oltre un anno di azzurro avevo bisogno di creare nuovo humus per poi far crescere altre idee.
Certo, in ogni infornata ci può essere – e di solito c’è – qualche cosa di nuovo ma si tratta di esperimenti puntuali, circoscritti.
Questa volta, invece, il grosso dell’infornata è dedicato a un’idea e alle possibili proposte tecniche per realizzarla.
L’idea è tutta dentro una parola: l’autunno. Il compito, allora, è stato quello di sviluppare smalti e composizioni di smalti che rispondessero a questo tema.
Non ho ancora sfornato, quindi non so com'è andata. Confido sul fatto che il materiale è tanto e posso sperare di tirare fuori dal forno qualcosa di buono da pubblicare nei prossimi giorni; del resto, chi mi segue lo sa, non ho paura dei fallimenti, soprattutto quando sperimento.
A presto.
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May 9, 2019

Disegnare aiuta

Progetti
Foto
Foto
Le foto in bianco e nero della ceramica nuda si avvicinano molto al disegno. Immagini silenziose di volumi definiti dalle ombreggiature.
Foto degli schizzi preparatori e del pezzo in fase di realizzazione - non ancora smaltato.
Le foto risalgono al 2013. Il pezzo è un katakuchi - è tanto che non ne faccio più.
Ho sempre avuto chiara l'importanza del disegno preparatorio. Certo, si può lavorare anche senza, avendo in testa il progetto, la forma. Ci si mette al tornio e le mani "tirano su il pezzo", che quasi sembra lavorino in modo autonomo. Un certo automatismo in lavori come quello del tornitore è fisiologico soprattutto per forme che si ripetono, ma per mettere a punto una certa forma che ho in testa oppure se voglio riprodurre un pezzo che ho visto, ho bisogno di disegnare, prima.
La fase di studio di una forma è, per me, essenziale e passa per il disegno.
Infine, è utile confrontare il pezzo foggiato - magari anche biscottato, come il katakuchi qui sopra - con i disegni preparatori; è utile perché aiuta a mettere in relazione il disegno con la forma tridimensionale che ne deriva: l'intenzione col gesto.
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March 15, 2019

Namako  o Madara

Superfici
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Il Namako, detto anche Madara, è il nome di uno degli smalti tipici della tradizione Karatsu.
Dei tre smalti che caratterizzano la produzione ceramica dell'area di Karatsu, questo è il più difficile da riprodurre, sia perché richiede temperature di cottura molto elevate sia perché deve prodursi un effetto screziato e non è scontato che ciò accada.
Infatti, la formulazione dello smalto prevede l'utilizzo, oltre al feldspato e alla silice, di argilla e cenere di legna. Gli ultimi due ingredienti non sono elementi puri ma portano la complessità degli elementi naturali e il controllo di uno smalto in queste condizioni è un po' più complicato.
Ho parlato degli smalti della tradizione Karatsu nei post del 17/2/2019 e del 1/2/2015.
In particolare, nel vecchio post del 2015 fornivo le ricette proposte dalla storica dell'arte Johanna Becker. Il Madara, il quelle ricostruzioni, contiene la cenere di crusca di riso (o di paglia), un materiale particolarmente ricco di silicio. Nel caso di queste ciotole ho utilizzato direttamente polvere di quarzo. Come ho già detto da qualche altra parte, l'uso della cenere di paglia offre spesso risultati sorprendentemente belli ma la gestione dello smalto a crudo è complicatissima perché si tratta di un materiale estremamente voluminoso e difficile da diluire correttamente così che risulta molto complicato rivestire il pezzo in modo uniforme e con lo spessore giusto.
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Personalmente trovo che questo smalto sia il più marino di quelli che sto producendo ultimamente.
E' una considerazione minima, mi rendo conto, ma è utile al processo di emancipazione dalla tradizione giapponese che pure resta il mio principale riferimento nei fatti che riguardano la ceramica.
Un riferimento culturale ma soprattutto tecnico.
I miei maestri sono loro, i ceramisti giapponesi.
Però, a distanza di anni di lavoro, di prove, di studio dei materiali, i miei materiali, di studio sulle forme, mi accorgo che l'obiettivo non è più la replica di pezzi quanto più somiglianti possibile all'originale ma la creazione di qualcosa che mi piaccia, utilizzando gli strumenti fin qui acquisiti.
La sintesi, del tutto personale, di tante esperienze, mie come di altri ceramisti.
Quindi ... tutto qui, uno smalto acqua di mare.
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March 9, 2019

Jun 2 - Rosso rame

Superfici
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Parlo spesso dei miei fallimenti, perché da questi si impara più che dai successi.
I successi, normalmente, sono un punto di arrivo e in quanto tali non danno al lavoro una prospettiva ampia e profonda.
Poi ci sono le cose che semplicemente vanno bene, non un successo, solo vanno come ci si aspetta che vadano, un normale passaggio nel processo di crescita, se non fosse che qualche volta portano con se un elemento imprevisto: un'anomalia* che non necessariamente ne diminuisce il pregio. Qualche volta, anzi...
Ho foggiato un pezzo dalla forma molto semplice e ho deciso di rivestirlo completamente con un unico smalto: lo jun, appunto, in modo che l'azzurro opalescente, con la sua profondità e ricchezza, fosse il solo protagonista; l'oggetto del mio studio e al contempo l'elemento di attrattiva per l'osservatore esterno.
Quindi la ciotola che presento in questo post risponde quasi completamente alle aspettative - l'esito è quasi conforme alla norma - ma ha qualcosa in più che io non ho aggiunto volontariamente; è capitato.
Dal Vocabolario Treccani on line
anomalìa
 s. f. [dal gr. ἀνωμαλία, lat. anomalĭa; v. anomalo]. – Irregolarità, difformità dalla regola generale, o da una struttura, da un tipo che si considera come normale...
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La macchia rossa sul bordo: l'anomalia. 
Non ho dato rame su questo pezzo.
Il rame si usa per ottenere i rossi sugli smalti; lo sapevano già i cinesi nel XI secolo, ma io non ho usato il rame su nessuno dei pezzi infornati insieme a questa ciotola. Quindi il rame era già nel forno, sicuramente sulla lastra che stava vicino al bordo della ciotola. Evidentemente, l'ultima volta che ho usato quella lastra c'è caduta sopra una goccia di smalto che si è portata con se un po' di rame.
Insomma, è successo e il rame, ad alta temperatura, "salta". I ceramisti dicono così.
La temperatura di ebollizione del rame (quella in cui passa allo stato gassoso) è di 2567 °C ma già dai 1025°C diventa instabile e tende a volatilizzare andando poi a depositarsi sui pezzi che si trova intorno, all'interno del forno, catturato da smalti che stanno fondendo. Più la temperatura sale più il fenomeno si fa intenso.  Misteri della chimica... o meglio, misteri per chi non conosce la chimica. 

Allora resto nel modo dei ceramisti: il rame alle alte temperature "salta".
Qui è "saltato" e si è depositato sulla ciotola creando un imprevisto alone purpureo.
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Notare come cambia il colore dello smalto jun al variare dello spessore. (foto a sinistra)
A questo punto devo aggiungere una cosa: se c'era del rame su quella lastra del mio forno è perché in passato ho già provato a sovrapporre il rosso rame all'azzurro e l'ho fatto perché questa combinazione è tipica della ceramica jun. 
Soprattutto nella prima parte della produzione jun, quella nota come "classic jun", compaiono, ad un certo punto, macchie rosse sullo sfondo azzurro. Il rame qui non è ancora entrato nello smalto, come accadrà più avanti nella produzione del cosiddetto "numbered jun" (o "jun ufficiale" nella dizione cinese), ma è sullo smalto azzurro;
sono macchie,  segni astratti; 
rosso su azzurro;
sangue sullo sfondo del cielo.  
Combinazione cromatica che per me evoca  vivacità, forza vitale e che qualche autore definisce drammatica. Oppure è espressione di grande raffinatezza.
La Cina tra i secoli XI e XII (epoca dello jun classico) offre diverse soluzioni storiche.
I ceramisti hanno introdotto il rosso di rame sull'azzurro profondo dello jun durante la dinastia Song, erede della tradizione imperiale cinese,  o sotto i mongoli Jurchen dell'impero Jin?
I clienti (lo jun classico non era una ceramica di corte) erano raffinati commercianti e funzionari pubblici o i discendenti di cavalieri nomadi delle steppe?
Non so ma a questo punto mi viene voglia di lavorarci sopra...

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March 8, 2019

Irabo

Superfici
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Ogni tanto ci torno; perché mi piace.
Mi piace l'idea di un rivestimento tanto semplice quanto imprevedibile; in quanto non completamente gestibile.
E' rustico ed elegante.
Così poco gentile al tatto: Irabo è il nome giapponese per questo tipo di smalto - devo averlo già scritto - e proviene dal termine "ira-ira" che significa fastidioso, irritante, proprio a causa della sua superficie ruvida.
Tenere tra le mani una ciotola del genere è come toccare la corteccia di un albero o una pietra vulcanica levigata dal mare.
Un compromesso tra l'homo faber e la natura della materia che egli lavora e trasforma: l'uomo arriva fino a un certo punto, poi lascia fare agli elementi.
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Gli ingredienti dello smalto sono: terracotta, eventualmente sabbia e cenere di legna.
Di norma è sottilissimo in modo da lasciare trasparire la grana del corpo.
Di origine coreana, è molto apprezzato per le ciotole destinate alla cerimonia del te.

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February 17, 2019

Da Tian Mù a Tolfa

Superfici Tecniche
Fai quello che puoi, con quello che hai, dove sei.
Theodore Roosevelt
Tra gli smalti che ho elaborato negli anni ce n’è uno che chiamo TKTG, è uno smalto terroso. 
È opaco, qualche volta arido; al tatto sembra pietra. 
Il colore va dal rosso-bruno fino quasi al nero, aggiungendo ossido di ferro. 
È uno smalto amico, di lui mi posso fidare; in cottura non crea problemi se la temperatura è un po’ più bassa o un po’ più alta di quella ottimale; matura bene e non cola, nemmeno se investito dalla fiamma viva, ed è ottimo al servizio di altri smalti, come tinta di fondo per sovrapposizioni, colature, inserti.
Il nome TKTG è una sigla che sta per Tenmoku di Karatsu con Tolfa Gialla. Un nome con tanta geografia e un po’ di storia.
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Mandarino: tiānmù; Giapponese: ten moku; 
Inglese: Heaven's Eye

Tenmoku è il termine in lingua giapponese che indica una produzione ceramica originaria della Cina meridionale. Prende il nome dal tempio di Tianmu Mountain, in Cina, dove venivano utilizzate ciotole per il tè rivestite da uno smalto molto scuro, tendente al nero, ovviamente ricco di ossido di ferro. 
In Cina questa produzione si è sviluppata in epoca Song (1127–1279) col nome Jian Zhan che significa "tazza di Jian (tè)". 
Secondo alcune fonti ciotole Jian Zhan sarebbero arrivate in Giappone grazie ai doni dell'imperatore cinese allo Shogun giapponese agli inizi del secolo XV. Altre ciotole di questo tipo furono riportate in patria da monaci giapponesi di rientro da un viaggio in Cina, in visita ad alcuni monasteri. 
A Karatsu, una località giapponese situata nella più meridionale delle grandi isole: il Kiushyu, c’è una lunga tradizione ceramica segnata da un legame particolare con la vicina Corea.
​Gli smalti di Karatsu sono fondamentalmente di diretta derivazione coreana.

​Ho ripreso la formulazione del mio TKTG dal testo della storica dell’arte statunitense Johanna Becker: Karatsu Ware – A tradition of diversity. 
Tra gli smalti prodotti a Karatsu dal secolo XV, ce n’è uno ricco di ossido di ferro dai colori tra il marrone e il nero che rientra nella categoria dei tenmoku. Secondo la Becker questo smalto scuro non è altro che uno degli smalti chiari al quale è aggiunto di ossido di ferro.


Comunque lo smalto nero sia arrivato in Giappone dalla Cina, quello che è arrivato tra le mani dei ceramisti giapponesi è semplicemente uno smalto nero; e basta. Senza istruzioni, senza manuali e formule. Praticamente un’idea, niente di più. Un’idea partita dalla Cina meridionale nel secolo XII e arrivata in Giappone tre secoli dopo in una cassa o tra le mani di un monaco o attraverso un lungo percorso da un centro ceramico all'altro passando da quel ponte naturale tra i due paesi che è la Corea.
In ogni caso ha indotto i ceramisti giapponesi a riflettere sui materiali da utilizzare, tra quelli disponibili, e sul processo produttivo, tra quelli a loro noti, per riprodurre quel colore e quella particolare consistenza.
Molte conoscenze in campo ceramico - e non solo direi - hanno viaggiato nello spazio e nel tempo trasformate dalla capacità dei ceramisti incontrati lungo il percorso, dai materiali e dalle tecnologie disponibili nei vari centri ceramici, dal gusto del tempo e del luogo.
​A titolo di esempio, secondo la Becker gli smalti di Karatsu contenevano cenere di legna, come componente fondente, oltre ad argilla locale – la stessa con cui si foggiavano i pezzi – roccia feldspatica ed eventualmente ossido di ferro per i colori scuri. Nella Cina meridionale del secolo XII, molto probabilmente il fondente era costituito da roccia calcarea. Anche qui gli altri componenti erano, ovviamente, rocce e argille locali.
​Oggi la chimica ci dice che rocce calcaree e cenere di legna contengono carbonato di calcio, un fondente alle temperature di cottura di grès e porcellana. All'epoca lo sapevano per esperienza.
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Tolfa è una località a nord di Roma caratterizzata da una storia geologica molto più antica e complessivamente diversa da quella degli altri distretti vulcanici circostanti. La differenza principale è nella tipologia di prodotti piroclastici. Rispetto ai vulcani più noti – il Vulsino (lago di Bolsena); il Cimino-Vicano (lago di Vico); il Sabatino (lago di Bracciano) e il Vulcano Laziale (lago di Albano) – caratterizzati dalla produzione di pozzolane e tufi, i materiali del vulcanesimo di Tolfa sono di natura acida che, trasformati da processi idrotermali, hanno prodotto caoliniti. 
La parola “caolino” deriva dal cinese Gaoling - o Kau-Ling a seconda delle trascrizioni dal mandarino -  e significa “alte colline”, con riferimento alla regione presso Jingdezhen, nella provincia cinese di Jiangxi.




Sul sito istituzionale del Comune di Tolfa leggo:
"La complessità geologica dei Monti della Tolfa emerge quando si osservano i domi lavici, tipica espressione del vulcanismo acido che, in molti casi, assumono particolare spicco morfologico nel contesto circo­stante. Questi rilievi, con versanti acclivi e cime generalmente arrotondate, danno vita ad un paesaggio aspro ed impervio…" ​ alte colline, appunto.
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Nei dintorni di Tolfa ho cavato vari materiali differenti tra loro. Sono tutti piuttosto refrattari, con un certo contenuto di caolino - quando non sono caolini puri. Tra questi c'è un'argilla molto consistente, sembra roccia, che una volta macinata e filtrata produce una polvere gialla. Altri sono terrosi a grana fine di colore bruno altri ancora bianchi e sabbiosi ma anche se non tutti hanno lo stesso colore, nel nome dello smalto è rimasta la G di gialla. 
Naturalmente lo smalto risente del tipo di argilla o roccia di Tolfa utilizzata ma le leggere differenze nella consistenza e nella struttura che risultano nel prodotto finale non spostano in maniera sostanziale l'aspetto complessivo. Sono tutti a pieno titolo dei TKTG. 
Il colore, invece, non fa testo perché è condizionato fortemente dalla quantità di ossido di ferro introdotto nella formula dello smalto.
​Volendo si potrebbe usare anche un caolino puro ma sicuramente si perderebbe quella unicità ... quel "sapore" che solo le argille naturali e la cenere di legna possono conferire ad uno smalto.
La ricostruzione dello smalto scuro di Karatsu proposta dalla Backer (vedi post del 1 febbraio 2015) parte da due smalti chiari:
il lattiginoso Choseki e lo screziato Madara (o Namako), ai quali è aggiunto ossido di ferro tra il 5 e il 15%.
Io ho scelto il Choseki; ho usato argille di Tolfa; ho ridotto la quantità di feldspato e la formulazione finale è più o meno questa:
Feldspato K                 30
Tolfa                              30
Cenere di legna          30
Ossido di ferro              6 – 10%    


La quantità di ossido di ferro produce colori dal rosso bruno al marrone scuro, quasi nero.
La riduzione della quantità feldspato abbassa la percentuale di silicio, d’altro canto le argille di Tolfa sono molto refrattarie, il risultato è uno smalto dall’aspetto litoide, privo della qualità vetrosa tipica di molti smalti.    
In conclusione, seppure le conoscenze nel campo della geologia e della chimica e gli studi sulla ceramica antica ci danno, oggi, la possibilità di sapere come erano realizzati gli oggetti di epoche passate, resta la necessità di captare un’idea per trasformarla, interpretandola secondo il proprio gusto, nel proprio tempo e in funzione di ciò che abbiamo a disposizione.
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February 16, 2019

Tohoku day

Domenica 10 marzo parteciperò al mercato TOHOKU DAY
A 8 anni dal grande terremoto del Tohoku del 2011, anche quest'anno è stato organizzato l'evento di beneficenza "TOHOKU DAY". 
Il ricavato sarà devoluto ad associazioni che si occupano dei bambini, sia in Italia che in Giappone, che si trovano in condizioni di difficoltà.
L'evento prevede, oltre il mercatino di oggetti e cibi giapponesi, spettacoli, workshop, e una lotteria a premi.
I dettagli dell'evento sono pubblicati nella pagina degli eventi.
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di Federica e Maurizio

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